Insieme hanno dominato nella Champions Cup portando la Fortitudo sul tetto d’Europa. La gente del Falchi li vuole rivedere insieme anche in campionato. L’americano, in partenza, dice: “Sarei contento di tornare”

Pubblicato il Giu 10 2019 - 11:54am by Maurizio Roveri

Stephen Perakslis

E adesso la gente del baseball, a Bologna, già li immagina insieme sulla strada dei playoff.

Insieme. Il Divino e l’Omone. Stephen Perakslis e Raul Rivero. Per un monte di lancio stellare (che si compone anche – non dimentichiamolo – di altri apprezzabili pitchers come Antonio Noguera, Murilllo Gouvea, Alex Bassani, Andrea Pizziconi, Claudio Scotti, Filippo Crepaldi).
Il pubblico del “Gianni Falchi” l’ha praticamente scoperto venerdì sera, Stephen Perakslis. Innamorandosene subito. E vuole rivederlo, in campionato, nelle sfide che conteranno. Al fianco di Rivero. Quando, nelle gare ravvicinate della post-season, sarà importante alternare due “fenomeni” di questo tipo per le partite riservate ai lanciatori stranieri.
L’eleganza dell’americano dalle presumibili origini greche. La potenza dell’Omone venezuelano. 
Perakslis possiede una tecnica sublime. Lui è immagine di controllo, equilibrio, sapienza, precisione. La bella naturalezza del suo lancio è una delizia per gli occhi. Non forza. Fa ogni cosa con grande naturalezza, con fluidità. Lavora sapientemente sui fili del piatto di casabase. Alternando le location. E quando serve, ti spara il lancio da strikeout.
La sua prestazione nella semifinale contro il Neptunus Rotterdam ha avuto i colori dell’arte. Ehj sì, perchè solo un Artista del monte di lancio può riuscire a fare – tranquillamente – 8 inning concedendo appena 2 battute valide (singolini…) e 1 base su ball al lineup di quel Rotterdam che negli ujltimi anni aveva dominato in Europa (vincendo la Champions Cup nel 2015, 2017 e 2018). Gente come Willie Johnson, Kemp, De Cuba (che è andato tre volte K) non sono mai riusciti a prendere ritmo sui lanci incisivi di Perakslis.
L’Omone, la sera dopo, ha imposto nella maniera più ruggente ed eccitante la forza del suo braccio nonchè la spinta di quell’orgoglio da latinoamericano.
Raul Rivero ha voluto scrivere una pagina di storia. Lui che per il pubblico del Falchi è un idolo da sette anni. Toccava a lui essere il “partente” della finale. E allora… doveva lasciare il segno della sua forza, del suo temperamento, del suo carisma su questa European Champions Cup. Ebbene, così ha fatto. Imperiosamente.
Bologna è casa sua. E al “Falchi” anche gli olandesi avrebbero conosciuto la legge di Rivero… Come una minaccia.
Quei due fuoricampo da 1 punto subìti nell’incontro del martedì, terminato 2-1 per Amsterdam, gli bruciavano. Anche se si trattava della fase di qualificazione. “Ma no, ma no, quei due homers non mi hanno tormentato nè condizionato. Succede nel baseball…”, minimizzava Rivero sabato notte dopo il trionfo quando un sacco di gente  è corsa in campo a festeggiare il titolo assieme ai ragazzi.
Raul combatteva per il titolo, per far tornare la Fortitudo sul tetto d’Europa. Ma al tempo stesso presumo che sabato inseguisse – anche – una sua rivincita personale nei confronti dell’Amsterdam.
Ha lanciato da duro. Lui sa esserlo.
Il vero carattere si mostra sempre nelle grandi circostanze”. Lo diceva Napoleone Bonaparte, leggendario condottiero che fondò il primo Impero francese.
Una partita da Gigante, quella di Raul. Memorabile. In questi sette anni, da quando lancia in casacca-Fortitudo, l’Omone ci ha abituati a prestazioni sostanziose. Oh, diverse altre volte ha infiammatgo il pubblico.
Stavolta, Raul Rivero è andato oltre. Una performance di selvaggia bellezza. Di enorme fierezza. Lanciando anche il cuore assieme alla pallina.
Ha aggredito la partita tirando palle di fuoco per i primi quattro-cinque inning. I vari Henrique, Berkenbosch, Draijer, Van Veert, Gerard non la vedevano. Non la vedevano proprio. Sventolavano a vuoto, la loro mazza colpiva l’aria, qualcuno non aveva neanche il tempo di girare il bastone e rimaneva lì impalato a guardare quella pallina che piombava sul piatto e terminava la sua vertiginosa corsa dentro il guantone di Marval. Con un suono, che alle orecchie degli olandesi, era cupo e inquietante.
E ora vi rivelo una cosa che è avvenuta al sesto inning.
Raul, ad un certo punto, ha avvertito un fastidio alla gamba. Anche dolore. Infatti in apertura del sesto attacco, improvvisamente il dominatore della partita concede una base gratis a Schoop e subisce un singolo da Richardson. Segnali di affaticamento? Rivero chiude comunque con due strikeout.
Quando torna nel dugout fa accenno al problemino. Ovviamente Frignani gli chiede se vuole essere rimpiazzato. 
Ha già fatto un certo numero di lanci.
No, no, sto bene, continuo io…”, la risposta immediata e chiara dell’Omone.
Quella era la “sua” partita.
Ok, vai”. Lo staff tecnico lo lascia continuare, il protagonista è lui, sta realizzando un capolavoro. Tuttavia, il numero di lanci viene costantemente monitorato.
Gli indicano un limite massimo: 120 lanci. Di più no.
Al settimo inning Rivero tira ancora forte. E si sente bene. Il doloretto che lo aveva infastidito presumibilmente è passato.
Ora ne lancia di meno di “palle di fuoco”, però utilizza in maniera eccellente slider, la split (lpalla la cui traiettoria è nella zona dello strike ma poi scende improvvisamente rendendo molto difficile per un battitore fare un buon contatto. Tipico lancio da strike out). Inoltre usa anche il cambio di velocità.
Raul continua. Ha ancora energia e una bella aggressività. Gli olandesi hanno gli incubi. Raul sale sulla collinetta anche per iniziare il suo ottavo inning. Mette K Henrique, fa battere in diamante Schoop che normalmente è un forte battitore, però contro un Rivero così micidiale casca in stato confusionale e vive una serata anonima e sofferta.
Alt. Alt. Come suonasse un allarme. 120 lanci. Fine. 
Grazie di tutto, Raul. Partita immensa. Straordinaria generosità. Grande anima. Però, non esageriamo. Il braccio va tutelato. E la Fortitudo è già sull’8 a 0.
Adesso l’Omone scende. Il suo score parla di 14 strikeout. In una finale europea. Un mostro.
Scende. E tutto lo stadio è per lui, con lui. Applausi, cori e canti. 
Raul prende fieramente la strada che porta al dugout. Si vede dai gesti e da come cammina che è felice.
Sale sulla collinetta Alex Bassani. Composto, sereno, preciso, infila due eliminazioni al piatto. E così diventano 16 i K subìti dai battitori di Amsterdam. I Pirati olandesi sono diventati dei… piratini.
Forse, per trovare un altro Raul Rivero altrettanto maestoso e impressionante bisogna andare un po’ indietro nel tempo, al 30 agosto 2014. “Gara7” d’una vibrante, intensissima Italian Series. Si assegna lo scudetto. Si gioca nella Casa dei Pirati. L’Unipol vince 4 a 0. E Rivero confeziona, alla sua maniera, 12 strikeout. Soprattutto, fabbrica una “completa”. Lancia tutti i 9 inning. 106 lanci. Intoccabile. Concede il… minimo sindacale ai Pirati romagnoli: 2 battute valide (singoli), e 2 basi su ball. Stop. Tutto qui. Con quel bottino, Rimini non avrebbe mai potuto vincere il titolo.
Per Raul la Champions Cup del suo trionfo è la seconda Coppa dei Campioni vinta in casacca-Fortitudo. Lui c’era già nel 2013.
Frattanto, Il Divino Stephen Perakslis è in partenza. Lui aveva un accordo soltanto per la Champions Cup. 
E’ uno di quei pitchers che fanno fare un salto di qualità alle squadre. Dovunque vada. Lo chiamano come rinforzo. E’ stato così, ad esempio, lo scorso inverno. Lo vogliono i Cangrejeros de Santurce per la Winter League del Portorico. Lui va. E i Cangrejeros vincono il campionato. Poi lo richiamano per partecipare alla Caribbean Series, la competizione più importante di tutta l’America Latina. 
Ha finito a febbraio. Free agent, viene interpellato da Christian Mura. “Noi vogliamo vincere la European Champions Cup. Ci puoi dare una mano?”. Più o meno il direttore sportivo gli dice così. 
Okay. Si accordano. Perakslis arriva una ventina di giorni prima, si allena soltanto, non potendo giocare in campionato. La Società bolognese ha ancora un “visto” da giocarsi, gli serve in prospettiva playoff. Deciderà dopo la Coppa. Cioè adesso.
Bene. Stephen la mano alla Fortitudo l’ha data. Anzi, una manona grande.
Che fosse bravo bravo lo si sapeva. Visto dal vivo, lo è ancor di più di quanto ci si poteva immaginare.
E allora la dirigenza fortitudina ha riaperto il dialogo sulla sua disponibilità.
E Perakslis ha affermato che sarebbe contento di tornare.
Chiaro che un pitcher così costicchia assai. Ma alla UnipolSai serve un po’ più avanti, in avvicinamento ai playoff.
Si può fare.
Anzi, si deve fare.
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Maurizio Roveri

Giornalista professionista, nato il 26 novembre 1949 a Bentivoglio in provincia di Bologna. Ha iniziato la sua brillante carriera giornalistica come redattore di Stadio nel 1974 per passare poco dopo al Corriere dello Sport-Stadio, dove è rimasto fino al gennaio del 2004. E’ iscritto all’Albo dei giornalisti professionisti dal luglio del 1977. Al Corriere dello Sport è stato responsabile del basket e del pugilato nella redazione di Bologna. Capo rubrica per il Corriere dello Sport-Stadio del baseball, sport seguito fin dal 1969 come collaboratore di Stadio. Molte le sue esperienze da inviato a cominciare dai campionati mondiali di baseball del 1972 in Nicaragua, del 1988 in Italia, del 1990 in Canada, del 1998 in Italia, nonché alle Universiadi di Torino del 1970 e ai campionati Europei del 1971, del 1987, del 1989, del 1991, del 1999. Collaboratore del quotidiano “Il Domani di Bologna” per baseball, pugilato, pallavolo dal 2004 al 2007. Creatore del sito internet specializzato sul baseball Doubleplay.it e collaboratore dei siti Baseballitalia.it, Baseball.it e BoxRingWeb.it. Entra con l’inizio del 2012 nel gruppo editoriale di InLiberaUscita, ricoprendo la posizione di opinion leader e di redattore da Bologna. Nel marzo del 2012 è cofondatore del sito specializzato BaseballMania.it di cui oggi è coordinatore giornalistico.

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  1. Daitarn 10 giugno 2019 at 21:20 -

    Credo che il tutto sia in fase di definizione,saranno soldi spesi benissimo,un investimento a 5 stelle,il Divino e’ una garanzia,con lui e l’Omone a questi livelli ed un Bassani cosi’ ci possiamo anche permettere un line up senza rinforzi.