Bilancio dopo tre anni della gestione federale del Presidente Andrea Marcon

Pubblicato il Set 3 2019 - 3:29pm by Ezio Cardea

Andrea Marcon

Si è da poco concluso il massimo campionato di baseball più breve della storia del baseball italiano e non si può non restare sbalorditi nel constatare che la nuova gestione federale, che si proponeva di allargarlo, dopo tre anni si ritrova con un risultato letteralmente opposto.

 

Spariti dal grande palco 5 Club tra cui due storici: il vecchio Nettuno ed il Rimini

Le conseguenze sono molto pesanti dato  che tale immobilismo ha causato l’uscita dal massimo scenario di ben 5 Club, alcuni dei quali probabilmente avrebbero potuto confermare la loro presenza in caso di allargamento e relativa ristrutturazione del campionato: le società tecnicamente meno attrezzate e con risorse non sufficienti a “comprare” oltre oceano la “qualità” per evitare campionati troppo umilianti (per la società, per i tifosi, per gli sponsor), con la proposta innovativa dell’inserimento della “fase di qualificazione” avrebbero potuto affrontare la seconda fase della regular season in modo onorevole pur senza ricorrere a dispendiosi ingaggi.

Come ricordato, ben 5 Club sono spariti dal massimo campionato. Ciò che è più grave è che tra di essi ne figurano ben due tra i più rappresentativi del baseball italiano: il vecchio Nettuno ed i Pirati di Rimini. Ad onor del vero, non si può addebitare all’attuale gestione lo sprofondamento del vecchio Nettuno in ultima serie: forse era impossibile evitarlo,  tuttavia la sensazione è che la Federazione, sia sotto la guida di Fraccari che sotto quella di Marcon, abbia fatto ben poco perché non accadesse.

L’analisi di Marcon

Salvo mia disattenzione, non mi pare di aver visto sui “media” commenti sulla nuova gestione federale a guida Marcon nonostante stia per concludersi la terza stagione.

Visto che nessuno ha azzardato  un giudizio, lo ha fatto Marcon stesso nel maggio scorso attraverso una conversazione informale col suo addetto alla “comunicazione”,  come se si fossero incontrati per caso al bar per bere un caffè …

Un caffè molto … lungo, a giudicare dal resoconto che ne fa Landi il 22/5 u.s. sul sito federale

 

http://www.fibs.it/it/news/federazione/45027-un-%E2%80%98caff%C3%A8%E2%80%99-insieme-ad-andrea-marcon-parlando-del-baseball-e-del-softball-italiani.html

In questo “casuale” incontro un  loquace Marcon  ed il suo interlocutore non sembrano eccessivamente turbati dalla situazione del baseball italiano, tant’è che il colloquio si avvia  su altri argomenti, sia pure molto importanti, che vedono Marcon a buona ragione soddisfatto: i risultati di bilancio e l’intensa ed anche proficua attività delle varie selezioni nazionali.

Marcon  enfatizza il ritorno del bilancio in segno positivo con margini tali da consentire di onorare il piano di rientro dai debiti verso il CONI ereditati dalla precedente gestione, nonostante l’incremento vertiginoso dell’attività sportiva … dovuta anche ad  … una precisa politica operata da questo Consiglio Federale relativamente a tutte le Squadre Nazionali di ogni età e categoria”.

Il tutto a scapito – ma questa è solo una mia forse sbagliata considerazione – dell’attività complessiva del baseball italiano, ovvero dell’attività che  coinvolge tutti i giocatori di baseball nei vari campionati nazionali,  attività che dovrebbe essere la più seguita da ogni Federazione che abbia a cuore lo sviluppo del proprio sport.

Ma la nostra Federazione da qualche decennio ha puntato attenzione e risorse soprattutto sul versante dell’attività internazionale, lasciando che il massimo campionato italiano di baseball diventasse una  sempre più piccola e corta appendice,  fino a che  quest’anno,  con  84 partite, è diventato il più misero di tutti i campionati della storia del baseball italiano (e forse del resto d’Europa), con pessime previsioni per il futuro in mancanza di un immediato cambio di rotta.

Marcon fa un breve richiamo al tragico epilogo del Rimini che tuttavia liquida come una ferita che si rimarginerà a breve: “Ci sono ovviamente situazioni particolarmente dolorose, come la vicenda Rimini che è una ferita aperta del nostro movimento, ma ci sono già anticorpi al lavoro e confido che presto la città riavrà i suoi pirati, comunque si chiameranno.”  Credo che i Riminesi, e non solo loro, non riescano né a vederli né ad immaginarli questi anticorpi annunciati ma non indicati da un Marcon nonostante tutto ottimista!

Più che verso questi problemi l’attenzione del Presidente sembra orientata in altra direzione: l’attività internazionale. Infatti Marcon rafforza il tenore di quanto già detto sull’argomento dichiarando di essere “… davvero orgoglioso di ricordare ancora come lo sforzo del nostro movimento abbia consentito di produrre lo scorso anno ben 368 giornate di attività per le Squadre Azzurre… più dei giorni dell’anno solare! … Non è per caso che si vincono titoli europei”.

Però, molto opportunamente aggiunge: “Ma non è solo questo: uno dei cardini della missione di una Federazione è quello di far fare attività agli atleti. È lì che occorre investire. Rinunciare in partenza porta solo danni a noi stessi.”

 Le logiche del passato.

Giusto, Presidente Marcon! Ma allora perché si è occupato preminentemente del “vertice”, ovvero degli atleti “azzurri”,  disattendendo le promesse elettorali riguardanti un ChangeUp che sarebbe dovuto partire dalla “base”?  E la “base” qual è se non quella costituita da tutti gli atleti e dalla loro attività nei campionati interni in una stagione piena da aprile a ottobre e non frammentata da continui impegni internazionali spesso con stage all’estero?

Ma con l’attuale politica che ancora oggi, a distanza di tre anni, non mostra di essersi scostata da quella della precedente dirigenza federale, sono pochi i giocatori che vivono una stagione piena: la maggior parte degli atleti, infatti, è impegnata nell’attività agonistica per meno della metà di quei pochi mesi. Ho sottolineato non a caso la parola “attività agonistica”, per la sua essenzialità al fine della “crescita” degli atleti:  per crescere non bastano gli allenamenti,  serve molta attività agonistica perché l’esperienza e il controllo della tensione nervosa, cose che sono altrettanto importanti quanto la tecnica che è perfezionabile con gli allenamenti, non si possono migliorare  se non nelle partite.

Ovviamente un’attività agonistica sempre più contratta nel tempo e sempre più frammentata dagli impegni internazionali,  ha conseguenze negative  anche sul pubblico, in forte e continuo calo. Le ripercussioni si manifestano anche nell’ambito delle sponsorizzazioni:  meno partite e quindi minore ritorno mediatico producono la fuga degli sponsor o quantomeno una loro minore “generosità”.

E’ evidente che in questa situazione il movimento non può crescere né guadagnare in qualità: può solo continuare il suo declino.

Prima serie: da 270 partite annuali (ante IBL) alle 84 di questa stagione

Incredibilmente l’intervistatore Marco Landi si rivolge a Marcon asserendo una cosa che, detta da altro giornalista non federale, suonerebbe come battuta ironica: Il riordino dei campionati è praticamente compiuto, ma manca un tassello fondamentale” (la riforma dei due massimi campionati).  

Francamente è difficile capire quale riordino sia stato fatto se il tassello fondamentale è costituito dai due massimi campionati di baseball che, come ammette lo stesso Marcon, sono ancora da ristrutturare!

Purtroppo, la politica riguardante la massima serie da quasi due decenni è dettata più dalle “grandi” società (quasi fossero una vera lega) che dalla Federazione, con un più che drammatico risultato: dalle 270 partite annuali (10 formazioni con tre incontri settimanali) che venivano disputate nella massima divisione prima di chiamarsi IBL,  con la riforma di Fraccari  (8 formazioni con tre incontri settimanali) si è passati a 168 partite annuali;  si è quindi innescato un micidiale circolo vizioso che ha portato alla abolizione del terzo incontro settimanale con conseguente riduzione delle partite a 112. Ma anche tale record negativo è stato “surclassato” dalla “caduta libera” del movimento … sicché le ben note vicissitudini che hanno preceduto questa stagione hanno reso possibile un massimo campionato con 7 squadre e due incontri settimanali per un totale di sole  84 partite annuali!

Da 270 a 84! Naturalmente a questo calo non sono rimasti insensibili, come poco sopra evidenziavo,  né pubblico, né sponsor:  già entrambi in flessione, ora sono in discesa libera.

Quanto al pubblico,  quegli stadi  che una volta (purtroppo bisogna andare molto indietro, prima ancora della comparsa di Fraccari!) in piena regular season  spesso accoglievano  alcune migliaia di spettatori, ora offrono una desolante visione perfino durante i Play Off:  lo stadio Falchi di Bologna nelle prime due partite dell’Italian Series ha accolto, secondo i dati Fibs,  350 spettatori nel primo incontro col Parma e 400 nel secondo! Solo Nettuno e Parma mantengono dignitoso, anche se non come in passato, il livello delle presenze superando il migliaio di spettatori nelle semifinali.

Quanto agli sponsor, rispetto al periodo degli stadi pieni il panorama è completamente cambiato: le società di baseball erano accompagnate da grandi e famose marche di rinomanza nazionale ed internazionale (Chlorodont, Algida, Coca Cola, Seven Up, Europhon, Simmenthal, Standa, Noalex, Montenegro, Glen Grant, Cercosti, Germal, Derbigum, Parmalat, Grohe, Mamoli, World Wision, Montepaschi, Telemarket, Danesi, Cariparma, Unipol … tanto per citare le più famose).    Ora, fatta eccezione per la UnipolSai,  la più ristretta area di svolgimento del massimo campionato ed il minor numero di partite col conseguente minor numero di opportunità mediatiche (spesso solo ad opera di media “locali”), attira aziende di dimensione medio/piccola.  Il che equivale a minori risorse per il baseball.

Escludo che la dirigenza federale  non sia consapevole di questo grave stato di cose che ormai da tempo affligge il nostro baseball. L’inerzia federale nell’attuare una nuova politica è quindi dipesa, a mio avviso come già altre volte scritto, dal sopravvento sulla volontà federale di quella di alcuni tra i più potenti e strutturati Club di prima serie che mirano a mantenere lo status quo a loro fortemente favorevole. Ciò avviene da quando è stato “defenestrato”, sia pure attraverso un assolutamente democratico passaggio elettorale, il Presidente Aldo Notari.

Notari non era più gradito a quei Club per via della sua politica espansiva con cui cercava di combattere la flessione che cominciava già ai suoi tempi ad affliggere il movimento: grazie alla sua iniziativa di collocare in Palermo e Messina un girone dei “Mondiali” del 1998 e a Messina e Reggio Calabria il Mondiale Universitario,  il baseball stava per esplodere nel Sud ed in particolare in Sicilia che sarebbe diventata la Florida europea del baseball.  Il prorompente sviluppo del baseball nel Sud grazie alla diversa ottica di Notari rispetto alla successiva politica federale governata dalle grosse società del nord, aveva favorito il sorgere di ben tre strutture di grande prestigio (Messina, Palermo e Reggio Calabria) . Ma  con l’avvento di Fraccari sorretto da società che temevano costosi allargamenti del massimo campionato, tutto si è bloccato, anzi perso.

Il meridione si sta riavendo solo ora grazie alle iniziative  di due validi ed appassionati personaggi siciliani: Antonio Consiglio (Lega del Sole) e Nino Micali (Cus Unime) che hanno rianimato l’ambiente siciliano. A Nino Micali si deve il recupero del fantastico stadio di baseball di Messina che negli anni dell’abbandono federale era diventato centro di accoglienza di immigrati; ad Antonio Consiglio il rinascere delle attività agonistiche in ogni categoria in modo autonomo rispetto alla Fibs.

Ma la Fibs fortunatamente con Marcon è tornata a puntare gli occhi sul Sud, come attestano le parole che il Presidente ha pronunciato in occasione dello Spring Training di Messina del marzo scorso:

“La prima volta che sono arrivato qua c’erano ancora le tende” dichiara nel suo intervento Andrea Marcon, Presidente della Federazione Italia Baseball e Softball “trovarsi oggi nello stesso campo, ma con tre Nazionali che si allenano e giocano le loro partite è una cosa che non avrei creduto fosse possibile. Non posso che ringraziare Il Presidente del CUS Unime ed il prof. Navarra (presente alla cerimonia, ndr): grazie al loro impegno oggi è possibile poter parlare di questo evento. Posso dire tranquillamente dire che è emozionante essere qua oggi: stiamo trovando delle strutture e un livello di organizzazione che non ha nulla da invidiare alle realtà di oltre Oceano; il mondo del baseball deve volersi più bene, essere orgoglioso di quello che può offrire qui e ringraziare Messina per la possibilità che ci sta dando e che ci darà in futuro, che farà certamente da traino per il coinvolgimento e lo sviluppo di tutta la Regione. La Sicilia è una delle patrie del baseball italiano e, partendo da qui, deve tornare agli splendori che aveva fino a qualche tempo fa.”

 Spero che non rimangano parole scritte sulla sabbia, timore che nutro dopo aver notato che dello ChangeUp sostenuto nella campagna elettorale, a distanza di tre anni ancora non si è visto nulla: tutto sembra tuttora dominato dalla volontà di quei pochi, sempre più pochi “grandi” Club.

Attività internazionale sempre in primo piano

Tornando all’intervista di Landi, Marcon esaltata l’attività internazionale quasi fosse stato questo il primo obiettivo (non dichiarato – salvo errore – durante la campagna elettorale) dello “ChangeUp”. Ma sappiamo bene, invece, che quella campagna aveva come fulcro il rilancio della sia pur non meglio precisata “base”.

Ma cosa si intende per “base” se non ciò che costituisce la vera forza di ogni Federazione, ovvero il complesso delle società affiliate e dei giocatori tesserati?

Però,  quando Marcon parla di squadre “Nazionali” di qualsiasi età e categoria e si dichiara orgoglioso di quanto fatto esprimendosi in questi termini: l’incremento vertiginoso dell’attività sportiva … dovuta anche ad  … una precisa politica operata da questo Consiglio Federale relativamente a tutte le Squadre Nazionali di ogni età e categoria, sta parlando di “vertice” perché le rappresentative di qualsiasi età e categoria non sono altro che il frutto di ciò che la “base”  offre!

La ragione è che, stoppato nelle buone intenzioni, Marcon non ha trovato alcun ostacolo nell’operare nella stessa direzione in cui andava la precedente dirigenza federale: nessuna azione per intensificare l’attività della “base” e tanto meno per allargare la platea su cui puntano i riflettori più efficaci ai fini mediatici. Per contro,  tanto interesse per le attività di “vertice” (escluso il massimo campionato!) che però, purtroppo, hanno un ritorno mediatico quasi pari a zero da parte dei media che contano per l’espansione del movimento e che non sono certo i “siti” frequentati solo da chi è già del nostro ambiente!

Ci rendono sicuramente felici i recenti successi nelle attività internazionale a livello di nazionali e di club, specie nel softball, ma non dobbiamo illuderci: se la contrazione del movimento  continua,  porterà ad una selezione su un numero sempre più ridotto di atleti di qualità e i danni non tarderanno ad evidenziarsi, né saranno contrastabili con una ulteriore intensificazione delle “attività delle Squadre Azzurre di ogni età e categoria”.

Marcon ne sembra consapevole e afferma: “Stiamo procedendo  come da programma e ormai il tutto si è effettivamente allineato, ora mancano la A1 Baseball e, conseguentemente, la A2. Siamo già al lavoro per definirne la struttura. Penso che ormai tutti si siano resi conto della realtà dei fatti: di un allargamento ormai improcrastinabile per affrontare il quale abbiamo già perso troppo tempo e della necessità di conquistare o riconquistare altre piazze. Se vogliamo aumentare il numero degli appassionati, dobbiamo per forza cominciare dall’esserci, dal coinvolgerli.”

Nel primo anno di gestione è stato lo stesso Marcon a non voler imporre cambiamenti mostrando eccessiva correttezza (mal corrisposta!) verso la precedente dirigenza che si era preoccupata, sia pure sul finire del proprio mandato, di impostare il campionato 2017.  Ma nei due anni successivi non è stato fatto nulla per colpa di altrettante sonore bocciature ad opera di alcune ben note società di IBL.

Tanto valeva lasciare le redini agli eredi di Fraccari: almeno la responsabilità dell’ulteriore disastroso declino sarebbe ricaduta sulle loro spalle e non su quelle della nuova dirigenza!

Allargamento “ormai improcrastinabile”

Marcon prosegue: “Siamo già al lavoro per definirne la struttura”. “Penso – aggiunge Marcon come se dovesse convincerci – che ormai tutti si siano resi conto della realtà dei fatti: di un allargamento ormai improcrastinabile”.

 Varrebbe la pena ricordare che, tolte quelle 3 o 4 società di IBL, già da tempo tutti erano consapevoli di una realtà che andava cambiata immediatamente, e proprio per questa ragione Marcon è stato eletto. Bisogna tuttavia riconoscergli l’onestà intellettuale di ammettere che “abbiamo già perso troppo tempo”, anche se ha usato impropriamente un pluralis maiestatis perché in base allo Statuto federale (art 25.3) la responsabilità è solo sua: se non ha saputo imporre la riforma che ora dichiara “improcrastinabile”, la colpa non è  delle 3 o 4 società di IBL che si sono opposte, né tantomeno del resto del movimento che ne ha subito le conseguenze.

Il forte e determinato personaggio che, presentatosi al grido di ChangeUp, ha guadagnato la guida federale, a tre anni dalla sua nomina si ritrova ad aver condotto una politica per nulla dissimile dal passato, orientata, come lui stesso ha dichiarato, verso l’intensificazione dell’attività delle rappresentative nazionali.  Ma non era questa la strada da lui indicata nella campagna elettorale per far uscire il movimento dal declino: la strada indicata era l’attenzione alla “base”.

Attenzione giusta perché:

  • dalla base emergono gli elementi che alimentano le varie “nazionali”;
  • la “base” deve tornare a fornire come in passato tanti atleti di grande levatura se si vuole ridurre la sempre più abusata strada o scorciatoia, come ebbe a chiamarla Fraccari nei primi anni del suo mandato, degli ingaggi d’oltre oceano;
  • la “prima serie”, espressione  massima della “base”, deve ricompensare la “base” tornando ad essere quel faro che solo abbracciando un territorio nazionale molto più ampio di quello attuale, può assolvere a quella sua importantissima funzione propagandistica e divulgativa utile all’espansione del movimento.

La strategia opposta, quella che ha puntato sulla qualità restringendo quel faro e comprimendo la crescita del nostro vivaio soffocato dal mercato d’oltre oceano,  ha portato al declino.

 L’atout della crisi economica

Per non ammettere questo errore Fraccari ha addossato la colpa del declino alla crisi economica.  Purtroppo anche Marcon sembra propendere per questa tesi avendo affermato che l’attuale situazione sarebbe figlia della “crisi economica e sociale più lunga della storia recente”  dalla quale “è  impossibile illudersi di non essere coinvolti”.

Non sono per nulla d’accordo su questa autoassoluzione perché il nostro baseball, come ben sappiamo,  accusava evidenti segni di flessione prima ancora che iniziasse a palesarsi la crisi di cui poi Fraccari si è fatto scudo per giustificare gli insuccessi della sua riforma. Nel 2009 con la famosa relazione de “Gli anni della svolta” Fraccari ha lanciato l’IBL non per difendersi da una crisi economica che iniziava a palesarsi solo allora e della quale nemmeno se ne immaginava la portata, ma per cercare di risollevare le sorti del baseball italiano che già da diversi anni, e per motivi tutti interni al movimento, aveva iniziato il suo cammino in discesa.

Che il baseball fosse già da tempo in fase di decrescita lo dimostra anche il fatto che Aldo Notari aveva avviato una  forte ed efficace campagna di espansione nel Meridione purtroppo lasciata cadere da Fraccari sotto la pressione di quei Club che non vedevano di buon occhio la possibilità di un campionato con trasferte molto più onerose di quelle di poche centinaia di chilometri alle quali ormai da anni si erano abituate.

A  “discolpa” della crisi economica voglio aggiungere una osservazione già fatta in altri miei interventi: il baseball italiano ha avuto il suo periodo di massima ascesa toccando vertici mai più raggiunti in italia (come quantità di atleti di grandissimo valore, come pubblico, “media”, sponsor e notorietà) ed in Europa (dove abbiamo tolto la supremazia alla fortissima Olanda) proprio negli anni ’70 e primi anni ’80 quando il nostro Paese era strapazzato dalla più drammatica crisi socio/economico/politica: rivolte studentesche, attentati e stragi terroristiche, scioperi selvaggi, fabbriche occupate o addirittura incendiate,  disordini di piazza, rapimenti, gambizzazione  ed uccisione di magistrati, giornalisti, poliziotti, politici tra cui la massima personalità di quei tempi: Aldo Moro.

Il baseball è in calo perché è stato abbandonato dai grandi “media” (intendendo per tali i quotidiani sportivi a tiratura nazionale, che ora ci liquidano con 10 cmq in cinquantesima pagina, e dai notiziari sportivi di radio e televisione); altro motivo è costituito dal fatto che  la platea più seguita, ovvero il massimo campionato, si è fortemente rimpicciolita invece di allargarsi per cercare di contrastare almeno in parte la perdita dei grandi media con i “media locali”.  Questi ultimi, infatti, hanno continuato a seguire il baseball ed è la ragione per cui il nostro sport in alcune zone, ed in particolare nell’Emilia/Romagna, tuttora regge a differenza delle piazze come Roma, Milano e Torino i cui media locali corrispondono con quella stampa e quella rai/tv di portata nazionale che ci hanno abbandonato.

Ergo, pur ammesso e non concesso che la crisi abbia le sue responsabilità (per logica dovrebbe giovarci perché gli sponsor non più in grado di accompagnare sport molto più costosi del nostro potrebbero interessarsi agli sport minori), pare più saggio riflettere sul messaggio di un grande, Einstein, che affermava: “Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni…”

L’intervista a Marcon a S.Marino durante la finalissima della Italian Series

Non ho letto commenti sulla citata “casuale” intervista di Marcon ad opera del suo collaboratore Landi che resta l’unico giudizio sul suo operato; Ed è sempre Marcon che, approfittando di alcune domande rivoltegli  dal telecronista dell’ultima partita dell’Italian Series trasmessa da Rai Sport martedì scorso 20 agosto, dal gremito (poco più di un migliaio di persone!) Stadio di S. Marino, ribadisce sostanzialmente la sua soddisfazione per come sta gestendo le cose.

Una soddisfazione poco comprensibile, dato che nessun passo avanti è stato fatto riguardo al problema più importante,  ovvero la nuova impostazione da dare al massimo campionato al fine di arginare la perdita di Club storici con gravi ripercussioni su tutto il movimento, sul pubblico, sui media e sugli sponsor.

Sorprendentemente abbiamo sentito un Marcon  brillante che, pur dispiaciuto per l’uscita di scena del Rimini,  non è per nulla preoccupato:   anzi si mostra fiducioso non solo nel recupero di tale piazza, ma anche nella realizzazione  di un ormai necessario allargamento della massima serie per far rientrare in pista i grandi centri come Torino, Verona, Grosseto, Milano, Roma …

Sono le stesse cose che vado affermando dal lontano 1980 come attesta l’intervista fattami da Giorgio Gandolfi pubblicata nella rivista (allora cartacea) Tuttobaseball e Softball da lui fondata e diretta.  Meglio tardi che mai!

Interrogato su  come sarà il prossimo campionato di Seria A1 di baseball, Marcon risponde: “… dobbiamo necessariamente allargare. Dobbiamo trovare la giusta misura perché non possiamo permetterci un abbassamento del livello tecnico, ma sono sicuro che troveremo una soluzione nel modo migliore possibile cercando di condividere le idee al meglio. Ma alla fine, visto che siamo chiamati a decidere, ne troveremo una che magari creerà scompiglio all’inizio, poi sono sicuro che piano piano arriveremo a farci condividere da tutti”.

Incalzato dal telecronista su quale sarà la soluzione, Marcon  non si sbottona: “ … non si può parlare di cose che poi sappiamo … magari non possono essere applicate perché vediamo che ci sono delle problematiche oggettive che le impediscono.”

Problematiche o alibi?

Problematiche oggettive? Quali sarebbero e quali sono state le problematiche che hanno impedito finora la riforma elaborata dal suo staff?  Francamente le “problematiche” degli anni passati ed anche recenti possiamo ricondurle solo alla risoluta opposizione di alcuni Club della ex IBL!

Spero che quest’ultima sortita delle “problematiche“ non sia un alibi per l’eventuale insuccesso del suo futuro terzo tentativo di cambiare le cose!

Al movimento serve qualcuno che non tema le problematiche, che sappia impostare una riforma oggettivamente realizzabile e che la vari senza la ricerca di “condivisioni” perché, come giustamente afferma Marcon, il quale però finora non pare abbia agito di conseguenza, l’onere di stabilire le politiche federali non compete alle società  ma al Presidente. Come previsto dall’art. 25.3 dello Statuto.

Anche senza  il consenso generale, giacché la “condivisione di tutti”, cosa bellissima che quindi non è un reato auspicala, è un’utopia ma … può essere un alibi per giustificare un ulteriore stallo!

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Ezio Cardea

Nato a Milano il 9/12/1936, ha svolto attività come giocatore e come tecnico dal 1948 al 1980 partecipando ai campionati di prima serie dal ’55 al ’72, quasi sempre in società milanesi. Abbandonato il campo per impegni di lavoro, ha continuato a collaborare saltuariamente con società milanesi in supporto alle squadre giovanili e all'attività presso le scuole. A contato col baseball praticamente dal dopoguerra ai nostri giorni, ne conosce la sua evoluzione e ne ha evidenziato fin dal 1980 le criticità: prima fra tutte, a suo avviso, quella creatasi a causa della tendenza delle varie amministrazioni federali a potenziare il livello del campionato di punta fino a creare una frattura col resto del movimento, frattura insormontabile se non con l’'ingaggio di una forte percentuale di atleti d’oltre oceano.

10 Commenti Unisciti anche tu alla conversazione!

  1. Flavio 4 settembre 2019 at 18:55 -

    Caro Ezio valutazioni sempre puntuali e cariche di riflessioni con rimandi circostanziati…è sempre un piacere leggerti.

  2. Alda 5 settembre 2019 at 08:44 -

    A tutto il mio nucleo familiare piace
    quel che abbiamo letto.
    Peccato però che sia la verità…

  3. Nicola R. 5 settembre 2019 at 12:02 -

    precisa e condivisibile l’analisi del sig.Cardea, aggiungerei tra i vari peggioramenti della federazione la “ristrutturazione” del sito fibs, lo trovo inutilmente appesantito e di difficile consultazione ,provate a cercare le medie dei giocatori per esempio,.mi piacerebbe conoscere la sua opinione a riguardo. Saluti

  4. Giuseppe Enea Saibene 5 settembre 2019 at 16:10 -

    Caro amico, non mi riesce di essere ottimista. Forse potrebbe aiutare una prima serie, comunque la si chiami, con un buon numero di squadre, anche se questo dovesse comportare una riduzione del livello tecnico. Sperém.

  5. armando paggetti 6 settembre 2019 at 08:18 -

    Caro Cardea, eccoci ancora qui a discutere sul prossimo campionato di massima serie, come sarà?
    Non capisco perché la Federazione non comunichi agli appassionati qual è il suo programma lo tengono solo per loro e le poche elette, ed i pochi appassionati che rimango? Così si perdono anche quelli.
    Sono favorevole ad un ampiamento a 12 squadre , 18 come sostiene lei sono troppe o meglio non si trovano, devo dare Ragione a Mignola che dice che sono poche le società di serie a2 che aderiranno al progetto e questo non è colpa della Federazione ma delle Società stesse. Proviamo magari ad abolire la denominazione di serie a2 alla seconda serie che a mio modestissimo avviso non ha più di essere: è la serie B. Aspettiamo ad ottobre dopo l’Europeo e le qualificazioni Olimpiche per avere lumi sul futuro campionato ed una nuova puntata della telenovela Nettunese..

  6. luigi 6 settembre 2019 at 08:42 -

    change up …ma in peggio purtroppo. Spesso si ha la sensazione che chiunque vada a fare il Presidente anche con le idee e i propositi migliori del mondo, non possa riuscire a fare nulla o molto poco, tale è il declino e la piega negativa che ha preso questo sport in Italia. Sport diventato di nicchia per tutta una serie di motivi che sappiamo, l’inversione di tendenza appare molto difficile, per attuarla ci vuole tutto: capacità manageriali, struttura federale appropriata, investimenti pubblici e privati……..Allora si sono giocati i primi ottavi di A2 per trovare i risultati bisogna smanettare sul sito FIBS (wow è nuovo) nessuno o pochissimi commenti su altri siti…per non parlare della serie B la cenerentola. Non è che tante volte cominciando dal basso si possa creare interesse? La tanto acclamata “visibilità” se cominciasse dal basso per poi arrivare in alto? E’ un idea malata? Ci sono in ballo per la A1: Macerata, Collecchio, Nettuno2, Ronchi.
    Campionato A1 l’anno prossimo a 10/12??? Pronto !!! c’è qualcuno in casa?? qualcuno risponde?? sono tutte papabili per la A1 ?? con due squadre di Nettuno?? Però il ranking quello è importante non arriviamo nemmeno alle prime 16 …ma se è un agonia. Un saluto al grande Ezio.

  7. Ezio Cardea
    Ezio Cardea 6 settembre 2019 at 10:35 -

    Ringrazio quanti hanno commentato positivamente le mie considerazioni e quanti hanno cliccato “mi piace” dimostrando di condividerle.
    Mi soffermo sulle riflessioni di Paggetti il quale nota un contrasto tra la più volte propagandata “trasparenza” da parte dell’attuale dirigenza ed il fatto che Marcon non abbia fatto cenno della sua idea del format del prossimo massimo campionato; paggetti poi suggerisce un ampliamento al massimo a 12 squadre.
    Relativamente al primo punto posso anche giustificare il riserbo federale teso evidentemente ad evitare polemiche prima ancora che il progetto sia completamente messo a punto. Spero ardentemente che Marcon non torni, visti i ripetuti fallimenti di un allargamento a 12, alla sua prima e sbagliatissima idea (ricordate?) di fare un ampliamento a 10 squadre: idea sbagliata in primo luogo perché ci sarebbe un inaccettabile divario tecnico tra le squadre , poi perché permarrebbe inalterato quel gap tecnico tra le due prime serie che renderebbe del tutto inapplicabile il ripristino (che ritengo assolutamente da attuare) delle promozioni/retrocessioni tra i primi due campionati.
    Quanto all’allargamento ritengo, al contrario di Paggetti, che sia più semplice e più razionale un allargamento a 18 per i motivi già esposti in altri interventi e che ho a suo tempo fatto presente alla dirigenza federale.
    Provo a dimostrare la mia tesi in modo diverso da quanto fatto finora sperando di rendere meglio l’idea.
    Se si chiede ad una società di partecipare ad un campionato a 8 squadre a girone unico è evidente che chi vi aderisce debba sopportare un onere finanziario elevato per comprare la “qualità” necessaria ad avvicinarsi a quel livello. La cosa cambia di poco se l’allargamento è a 12, tanto più se la Federazione non garantisce che il campionato sarà a 12. Quest’ultima considerazione è importante perché nessuno mi toglie dalla testa che se tale allargamento è fallito, in gran parte è fallito per senso di responsabilità dei dirigenti di A2: infatti, senza quella garanzia la società che si fosse iscritta convinta di poter affrontare dignitosamente un campionato a 12 con fase di qualificazione, avrebbe potuto andare incontro all’amara sorpresa di ritrovarsi in un campionato a 10 o magari a 8 a girone unico. Con danno non solo al campionato, che sarebbe stato inquinato da società non all’altezza, ma a sé stessa, agli sponsor e al pubblico.
    In ogni caso, anche un campionato a 12 richiede un sostanzioso rimaneggiamento del roster con sacrificio di molti giocatori del proprio vivaio. Tutto ciò non avverrebbe con l’allargamento a 18 per la certezza di ogni neopromossa di fare una seconda parte del campionato assieme a squadre del proprio livello proprio come giocando in A2. Col vantaggio, però, di aver portato a fare una grossa esperienza nella prima e dura fase a contatto con almeno due tra i Club più dotati tecnicamente (questo è il test migliore per verificare le vere capacità degli atleti), ma non prolungando per tutta la stagione una situazione di eccessivo disagio tecnico perché nella seconda fase condurrebbe un campionato a sua misura confrontandosi con società del suo stesso livello tecnico.
    I vantaggi di tale soluzione rispetto a quella a 12 squadre, sono innanzitutto la caduta della necessità di rinforzare i roster (con grandissimo vantaggio dei nostri vivai che, finalmente, possono essere messi alla prova e tornare a fornire campioni in quantità come qualche decennio fa). Poi perché finalmente può avere piena attuazione il ripristino di promozioni/retrocessioni cosicché le società, come in un passato ormai remoto, possano salire e scendere senza traumi e senza dispersione di giocatori o addirittura la cessazione dell’attività!.
    Aggiungo che proprio le società che non hanno i mezzi per rinforzare i roster saranno, loro malgrado ma per loro merito, quelle che daranno il maggior contributo alla crescita degli atleti dei nostri vivai!
    Allargando a 18, la Federazione potrà trasformare ciò che è un handiicap (la modestia delle risorse di alcune società) in vantaggio per tutto il movimento e per le stesse società meno fortunate.

  8. Mah 7 settembre 2019 at 10:03 -

    Il Sig. Cardea l’aspetto dei media l’ha trattato ampiamente però c’è un aspetto che secondo me va analizzato: se vengono trasmesse le partite della Nazionale, che sia chiaro va benissimo, il ritorno è in massima percentuale per Fibs mentre se vengono trasmesse le partite del campionato forse qualche briciola economica e qualche ragazzino/a che inizia a giocare potrebbe entrare alle società ed a tutto il movimento. Quindi perché Fibs non supporta mai le società verso una maggior visibilità del nostro sport demandando tutto ed unicamente alle società stesse? Per estremizzare: se in Italia non si gioca più a baseball esisterebbe una Federazione? Ecco perché questa cosa mi lascia sempre perplesso.

  9. Ezio Cardea
    Ezio Cardea 7 settembre 2019 at 16:34 -

    Alle considerazioni che ho appena fatte aggiungo che non indico a caso il 18 come numero ideale per la formazione del campionato. Ecco perché:
    – l’allargamento a 12 ha le controindicazioni che ho evidenziato.
    – l’allargamento a 14 comporta la creazione di gironi a numero dispari, assolutamente da scartare.
    – l’allargamento a 16 comporta la creazione di gironi a 8, numero che ormai da tempo non consente nemmeno nella fase successiva a quella selettiva di avere, nel girone che si contenderà lo scudetto, quella uniformità di livello che consente di mantenere l’alto standing del massimo campionato (anche se, essendosi persi anni preziosi in stalli deleteri, purtroppo il numero di club veramente competitivi ora è sceso a 4 o forse a meno!).
    – l’allargamento a 20 o 24: 20 squadre consentono la formazione di due gironi da 10 con forti gap all’interno di ogni girone anche nella fase successiva a quella selettiva; 24 squadre consentono tre gironi da 8 che hanno le negatività già indicate, oppure 4 gironi da 6. Quest’ultima opzione è praticabile perché consente la formazione di gironi a 6 squadre, dimensione che consente di ottenere, nella seconda fase, gruppi di livello tecnico omogeneo, però ci sono da evidenziare aspetti che sembrerebbero di poca importanza, ma non lo sono per nulla. Di seguito ne spiego il motivo.

    Nei gironi di partenza vanno inserite almeno le prime 6 squadre in classifica del campionato precedente, allo scopo di evitare che si elidano tra di loro a vantaggio di squadre di minor livello tecnico che verrebbero selezionate nel girone mancante di squadre top. Se i gironi sono 3, ogni girone avrà due squadre di livello top, ma se i gironi sono 4 è inevitabile che due gironi abbiano una sola squadra di livello superiore. Tale differenza, apparentemente poco rilevante, in effetti lo è moltissimo sia per le società di livello inferiore che per le società top.
    Le prime, infatti, confrontandosi solamente con una sola squadra top, avrebbero un minor numero di partite, e quindi di occasioni, preziose ai fini dell’esperienza cui sottoporre i propri giocatori rispetto alle altre neopromosse dei 2 gironi con due squadre top.
    Quanto alle squadre top si verificherebbe un’altra forse maggiore diseguaglianza: nei due gironi nei quali sono inserite 2 squadre top, queste hanno la possibilità di sperimentare e verificare prima del girone finale la loro reale forza e forma atletica scontrandosi tra di loro, cosa non possibile alle altre due squadre top perché ognuna di loro avrà come avversarie solo squadre di rango decisamente inferiore. Uno svantaggio di non poco conto che non può non sfuggire a chi ha esperienza di tecnico.

  10. Elio Dal Pozzo 9 settembre 2019 at 15:12 -

    Leggo e, dal mio punto di vista personale, non posso che condividere in pieno l’ipotesi della prima serie formulata dal Sig. Cardea.

    Mi piacerebbe vedere un massimo campionato che inizia a fine marzo e termini al 10/15 ottobre. 28/29 settimane. Perchè No?

    Il baseball si gioca in questo periodo, questa è la cultura da insegnare da parte di noi addetti ai lavori.

    Ok ho esagerato! I sogni non costano nulla……

    Campi illuminati, non indispensabili…….Si torni a giocare alla domenica.

    Ci stiamo “atrofizzando” e piano piano……