Sophia …“manifesta”. E ‘Manifesta’ anche contro il tie-break

Pubblicato il Mag 15 2018 - 8:57pm by Federico Fuscà

“Nelle Major non succede di definire l’incontro per manifesta superiorità/inferiorità dal settimo inning in poi”, spiega Sophia.

In effetti, come non esiste il pareggio nel baseball, non c’è nessuna clemenza per chi sta perdendo. Almeno nelle Major League. Meritocratiche.

“E’ lo spirito della frontiera. Chi resta indietro è perduto. E chi perde ne paga le conseguenze sino alla fine. Ma può sempre rimontare, compiendo un miracolo sportivo”.

Nel calcio si inveisce contro chi stravince e non si ferma. Per rispetto, dicono.

“E’ il buonismo la rovina”: la nostra guida è sempre più tranchant. “E poi si tratta di un gioco. Anche se è paradigma di vita. Gli americani onorano il gioco, dando sempre il massimo, anche contro il più debole. Il looser dovrà, la volta successiva, essersi fortificato e lottare senza quartiere. E se possibile, stravincere: allora si materializzerà il vero eroe della Frontiera”.

Ma forse, obbietto, la “manifesta” (detta anche “regola Mercy”) si usa anche per risparmiare energie… “E ti pare il caso? Nelle Major giocano 162 partite in 180 giorni circa. In sei mesi, e parliamo della sola regular season, da primavera ad autunno, giocano praticamente ogni giorno, talvolta c’è un double header: due partite fra le stesse squadre nello stesso giorno. Siamo noi gli sparagnini, che giochiamo due partite a settimana e, se uno sta in vantaggio di 10 punti, già smettiamo di giocare. Si rinuncia peraltro alla rimonta clamorosa: al comeback. E, in fondo, si perde qualcosa. Pensa se all’ottavo una squadra segna otto punti e poi tre al nono. Potrebbe ribaltare la situazione. Da noi no. Altrimenti ci stanchiamo. E i ragazzini possono chiudere al quinto inning…” E si gioca già troppo poco.

Oggi con Sophia va così: non c’è verso di dialogare. “Per farlo piacere questo gioco occorre evitare di snaturarlo. Anche il Tie Break è una follia ispirata allo stesso modo di pensare (sbagliato): Una roulette”. In caso di parità, al decimo inning le squadre nei rispettivi attacchi partiranno già con uomini in base. Nelle Major ciò sarebbe impensabile. Può capitare di vedere partite finire al 17° inning. E’ quella sana follia, che rende questo sport unico. Non adeguiamolo ai nostri costumi. Potrebbe apparire sacrilego agli Dei del baseball. Che non amano il buonismo.

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Federico Fuscà

Nato a Roma, vive ai Castelli Romani. I genitori, appassionati di baseball, lo hanno portato sin dalla più tenera età a vedere le partite allo Steno Borghese, dando vita ad un vero e proprio imprinting con questo straordinario sport. Tennista, con qualche partita nella serie C di metà anni ottanta, ha scritto di Pallavolo e di salute. Già collaboratore de Il Messaggero, pagina Tivoli-Velletri (1986-87) e alla rubrica La Nostra Salute dal 1988 al 1994 [inserto a 16 pagine 92-94]. Ha diretto WorldMusic (periodico di musica Etnica - 1991) e “Il Nostro Paese” (giornale di attualità politica - 1997). Dopo la laurea in Giurisprudenza, è stato per un breve periodo Volontario all’Ufficio Stampa delle ACLI nel 1996, coordinando i resocontisti durante il Congresso Nazionale di Napoli; lo stesso anno è diventato Addetto stampa e collaboratore parlamentare dell’On. Gino Aldo Settimi nella XIII legislatura. Pubblicista dal 1989 al 2001, da molto tempo ormai svolge la professione forense, essendo abilitato al patrocinio davanti alle Magistrature Superiori (cassazionista). Si occupa di diritto civile ed amministrativo. Specializzato in Fondi Strutturali Europei, per molto tempo è stato consulente dell’Autorità di gestione del PSR Lazio. Avido lettore di storia, narrativa, saggi e informazione sul baseball...