Sophia, la corsa a perdifiato. Il difficile mestiere dell’esterno

Pubblicato il Giu 5 2018 - 2:00pm by Federico Fuscà

Il ruolo degli outfielders è sui generis. Lontani dal piatto di casa base, ma concentrati sulla pallina, che all’inizio è solo quel puntino bianco, sono pronti a sprigionare tutta la loro velocità nel correre incontro o dietro alla pallina battuta dall’avversario.

“Da soli, nella immensa prateria della Frontiera, potrebbero distrarsi, pensando al mutuo, alle bollette… ed invece sono chiamati alla massima concentrazione, ogni volta che il loro compagno di squadra, dal Monte, dà il via alla giocata, caricando il lancio. Un angolo di pochi gradi in uscita potrebbe tradursi in molti metri di differenza in campo aperto: ci vuole molto occhio”.

Sophia ha ragione. La corsa di per se’ non basta. Una distrazione dell’esterno potrebbe risultare fatale per l’intera squadra. Pensiamo ad una battuta a basi cariche… o in una partita dal risultato stretto.

“Ancor più concentrato deve essere l’esterno centro, il quale ha un’area vasta da presidiare, compreso il punto di maggiore profondità del campo”, spiega Sophia.

Della fantastica presa (diving catch) in tuffo di Mario Chiarini al WBC abbiamo già parlato. Non mancano agli occhi degli appassionati formidabili prese sopra il muro di recinzione, che delimita l’area del fuoricampo.

“Mi viene in mente Alex Gordon dei Kansas City Royal, autore di diverse impressionanti prese al volo: a Toronto nel 2017 contro il muro, o altre volte direttamente fra il pubblico in area di foul.”

Ma le grande eliminazioni al volo sono innumerevoli e, sovente, straordinarie. Sempre coscienti di rischiare qualcosa sul piano fisico soprattutto nell’ultimo tratto prima della recinzione, spesso privo di erba.

Anche nella vecchia Europa abbiamo assistito a grandi prese. Carlos Duran – quando giocava con San Marino – ha più volte preso la palla in salto mentre stava varcando la recinzione.

“Ma la cosa più emozionante è quella vertiginosa corsa ad intercettare la palla, spesso battuta con violenza.”

Roberto De Franceschi ha spiegato più volte che – una volta battezzata la traiettoria – correva senza stare con il collo in torsione: ciò gli faceva guadagnare velocità.

Altri tempi, altri campioni.

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Federico Fuscà

Nato a Roma, vive ai Castelli Romani. I genitori, appassionati di baseball, lo hanno portato sin dalla più tenera età a vedere le partite allo Steno Borghese, dando vita ad un vero e proprio imprinting con questo straordinario sport. Tennista, con qualche partita nella serie C di metà anni ottanta, ha scritto di Pallavolo e di salute. Già collaboratore de Il Messaggero, pagina Tivoli-Velletri (1986-87) e alla rubrica La Nostra Salute dal 1988 al 1994 [inserto a 16 pagine 92-94]. Ha diretto WorldMusic (periodico di musica Etnica - 1991) e “Il Nostro Paese” (giornale di attualità politica - 1997). Dopo la laurea in Giurisprudenza, è stato per un breve periodo Volontario all’Ufficio Stampa delle ACLI nel 1996, coordinando i resocontisti durante il Congresso Nazionale di Napoli; lo stesso anno è diventato Addetto stampa e collaboratore parlamentare dell’On. Gino Aldo Settimi nella XIII legislatura. Pubblicista dal 1989 al 2001, da molto tempo ormai svolge la professione forense, essendo abilitato al patrocinio davanti alle Magistrature Superiori (cassazionista). Si occupa di diritto civile ed amministrativo. Specializzato in Fondi Strutturali Europei, per molto tempo è stato consulente dell’Autorità di gestione del PSR Lazio. Avido lettore di storia, narrativa, saggi e informazione sul baseball...

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  1. mha 5 giugno 2018 at 16:29 -

    Non è una questione di altri tempi altri campioni se un esterno non sa correre senza guardare la palla è uno che gioca li per caso!