L’imperatore del baseball

Pubblicato il gen 2 2015 - 6:21pm by Filippo Coppola

a cura di Filippo Coppola e Michele Pepe (Redattore web MLB Italia.eu).

Il presente articolo è disponibile anche sul sito MLBItalia all’indirizzo www.mlbitalia.eu

 

L’uomo è seduto davanti al televisore. Oddio, non è proprio corretto dire così; l’uomo è fermo sul pavimento nella corretta seiza, il zabuton sotto le ginocchia lo aiuta a rendere più confortevole la posa, sono due ore che guarda. Non che ce ne sia bisogno, l’uomo davanti al televisore non si spaventa alla prospettiva di dover eventualmente resistere davanti a quel minuscolo schermo in bianco e nero per altre ore, ove fosse necessario, le ginocchia piegate sotto la gamba, i glutei appoggiati sui talloni, la schiena dritta. Siamo nel 1957 e quello è un uomo che la schiena l’ha sempre tenuta dritta, sempre; anche quando le bombe cadevano come la grandine in marzo e le autorità imposero il coprifuoco, la sua bottega di noodles rimase aperta, lui aveva tre figli da sfamare, che mi arrestino pure. E lo arrestavano. Lui usciva, tornava al quartiere, riapriva e restava aperto fin quando c’erano clienti da soddisfare. E lo riarrestavano. A lui il cuscino sotto le ginocchia non serve, ma la sua shufu glielo ha portato in silenzio, glielo ha fatto trovare davanti al televisore già piazzato, i bordi allineati alle pareti; questo è il terzo pomeriggio che l’uomo trascorre davanti al televisore, sua moglie deve aver pensato che un po’ di sollievo alle gambe di chi si spacca la schiena in cucina per quattordici ore al giorno non può far male.
La partita sta per finire, le immagini in televisione della seconda telecamera inquadrano quel ragazzino sul monte di lancio, ci indugiano per qualche secondo. La schiena dell’uomo si muove in avanti, qualche millimetro, gli occhi si serrano come due fessure, le palpebre diventano due fusuma e si chiudono per qualche istante, qualche secondo. Il ragazzo lancia, la voce dice che è finita, il ragazzo e la sua squadra hanno vinto la terza partita consecutiva ed il ragazzo le ha lanciate tutte e tre. Domani c’è la finale, resta solo quella, il ragazzo e la sua squadra potranno essere campioni. La voce dice che il ragazzo è un futuro campione, quel ragazzo ha talento, quel ragazzo sta entrando nella storia di quel torneo. L’uomo riapre gli occhi, guarda il ragazzo, capisce di aver ragione e prende una decisione. Si rialza, si avvia con la calma dei forti verso il dojo, sa bene cosa cercare. Quando torna verso casa in mano ha un vasetto, va incontro alla sua adorata shufu e le dice poche parole… perché quel ragazzo potrà anche non vincere la prossima partita, potrà anche non diventare un campione nonostante il talento, ma gli occhi di suo padre hanno capito che quel ragazzo sta male. Suo padre deve prendersi cura di lui.
Premessa. Quando si parla di Giappone, io sono sicuro di due cose solamente. La prima è che io non ne so nulla e sono disposto ad ammettere in linea di principio che il 99,9% della popolazione mondiale ne capisce più di me. La seconda, figlia del mio istinto, dell’esperienza, di qualche lettura fatta, è che descrivere quel paese e le tutte le sfaccettature delle sue millenarie tradizioni culturali è semplicemente impossibile. Se sentite parlare del Giappone da chiunque pensi di poterlo fare a cuor leggero, le vostre orecchie si riempiranno di una lunga scia di luoghi comuni. Sentirete dire che sono “diversi” da noi. Sentirete dire che sono “chiusi” verso l’esterno, che sono profondamente nazionalisti, che vivono in una società maschilista e patriarcale, i più saccenti scriveranno (capita, capita…) che “i capisaldi del loro ordinamento familiare tratteggiano la sottile linea che divide i concetti di arretratezza e tradizione”. Un minimo di umiltà in più, una dote che non si acquisisce solo con le ore di studio in biblioteca, suggerirebbe la risposta probabilmente meno sbagliata tra tutte quelle possibili quando del Giappone si vuole domandare: “Non lo si può capire, non con i nostri occhi. Il Giappone non è un mondo troppo diverso dal nostro, non ha cultura e tradizioni diverse dalle nostre. Il Giappone è parte di un’altra dimensione”. Vuol dire che lo puoi senz’altro amare, esserne incantato, ma non lo potrai mai capire fino in fondo “da straniero”.. Ci torneremo con qualche esempio durante il nostro racconto.

OPS+ di Sadaharu Oh, valori paragonati con quelle di alcuni grandi battitori, come Aaron, Ruth, Mays, Williams, Foxx e Robinson.

 


Ai fanatici appassionati del gioco del baseball la data dell’otto aprile del 1974 appare come quella del 19 luglio 1969, quando Neil Armstrong posò il piede sulla superficie lunare; o come quella del 9 novembre del 1989, quando venne giù il Muro a Berlino. Insomma, il raggiungimento di un traguardo che si riteneva irraggiungibile solo qualche decennio prima, e che ha determinato l’inizio di una nuova era. Nel baseball ed in quel giorno infatti, al cospetto dei cinquantaquattromila spettatori dell’Atlanta Stadium, nel corso del quarto inning e fronteggiando il partente dei Dodgers.

Grafico paragoni della voce statistica TotA, paragonando Sadaharu Oh, con alcuni grandi battitori major


Al Downing, il “martello” dell’Alabama, Hank Aaron, batteva il suo fuoricampo in carriera numero 715, quello che gli permetteva di superare Babe Ruth nella classifica “all-time” quale numero uno assoluto. Mentre Ruth si era fermato a 714 nel 1935 e dopo 22 anni di carriera (1914 – 1935, ma c’è da considerare che le annate 1914 e 1935 furono mezze stagioni e che, soprattutto, fino al 1917 Ruth batteva solo nelle partite in cui gli toccava lanciare come partente per i Red Sox!!!), Aaron riuscì a batterne 755 nel corso dei 23 anni spesi quale giocatore di Major (1954 – 1976), e sono stati necessari altri 33 anni ad un altro giocatore (e parliamo di Barry Bonds, 7 agosto 2007) per andare oltre il limite di Aaron, per arrivare poi a fissarlo a 762, per raggiungere il quale gli sono serviti 22 anni (1986 – 2007). Bonds ormai si è ritirato da sette anni, nonostante ne abbia i requisiti non è stato eletto nella Hall of Fame (non ancora) dal momento che il suo nome e le sue gesta sono macchiate dall’ombra del sospetto che aleggia su tutto l’universo baseball degli anni a cavallo tra la fine dello scorso e l’inizio del nuovo millennio, quella degli steroidi e del doping prestazionale; stessa sorte capitata a colui il quale sembrava destinato ad aggiornare il record e spingere l’asticella ancora più in alto, quell’Alex Rodriguez fermato per l’intera stagione 2014 per doping (dopo aver sofferto una serie di infortuni nelle stagioni 2012 e 2013 che ne avevano rallentato la corsa) e che era (per così dire…) “fermo” a 654 prima che la mannaia della giustizia sportiva calasse sul suo collo. Un altro indiziato nella corsa al record è Albert Pujols; ha 34 anni e ne ha altri sette garantiti di contratto con gli Angels di Los Angeles, è fermo a 520 ed è in grado di sostenere una media di 30 fuoricampo l’anno se non subisce infortuni; come a dire che quantomeno ci si potrebbe avvicinare. Tenuto conto poi del fatto che la sacrosanta lotta contro gli anabolizzanti ha abbassato al di sotto di 50 il numero di fuoricampo che mediamente si devono mettere a segno per aggiudicarsi la classifica specialistica nelle due leghe e che prestazioni del genere non sono certo abitudinarie per i giocatori (un rendimento medio di 35 fuoricampo è da considerarsi straordinario), basta fare due calcoli per capire che sarà molto difficile superare il limite fissato da Bonds. Occorrerebbe infatti un giocatore in grado di battere una media di 35 homerun a stagione e che sia in grado di farlo per 22 stagioni per arrivare a quota 770. Non è certo un caso che Aaron ne abbia giocate 23, Bonds 22 come Ruth, che Rodriguez sia fermo a 20 con quella del 2013 e che Pujols ne avrà messe insieme 21 alla scadenza del suo contratto.

Grafico confronto tra la % H/AB di Sadaharu Oh con alcuni grandi battitori

Probabilmente a questo punto, presi dai numeri, vi starete chiedendo cosa c’entri la disquisizione numerica sulla battibilità del record di Bonds (o di Aaron se non volete considerarne Barry degno…) con il pistolotto sul Giappone e la scena che vi abbiamo descritto all’inizio, giusto? Beh, la risposta è disarmante nella sua semplicità. Perché l’uomo sul divano si chiama(va) Shifuzu Oh, ed era il padre (lo avete capito) del ragazzino che nel 1957 era un lanciatore di liceo, ma che nel 1959, diventando professionista, fece lo stesso identico percorso seguito da Babe Ruth 45 anni prima di lui e divenne un battitore. Fu messo sotto contratto da una squadra di Tokyo, i Giants, e con loro giocò a baseball nella Central League giapponese fino al 1980. Vuol dire 22 anni, come Ruth prima e Bonds dopo di lui. Uno in meno di Aaron. Ah, nel frattempo, tra una cosa e l’altra, in quei 22 anni vinse 14 Pennant di Central League e 11 (in media uno ogni due anni, non male…) volte le Japan Series, l’equivalente della World Series in Giappone. Soprattutto, nelle 2.831 partite giocare in gare di Regular Season, Sadaharu Oh ha battuto 868 fuoricampo, un numero che fa di lui il giocatore professionista di baseball ad aver battuto più fuoricampo in partite ufficiali nella storia del baseball.

Grafico %HR/AB di confronto tra Sadaharu Oh e alcuni grandi battitori. Oh supera di poco il 9%, seguito da poco solo da Ruth, mentre gli altri non superano il 7%.

 


Il record di Oh non viene considerato tale dalla stragrande maggioranza degli storici del gioco statunitensi soprattutto per due motivi ampiamente condivisibili: la differente e minore qualità del lanciatore medio giapponese rispetto a quello americano, le dimensioni ridotte di molti stadi giapponesi rispetto a quelli americani (in quel periodo), argomenti suffragati da prove difficilmente contestabili (nel secondo caso, i campi basta misurarli; nel primo, gli exploit nel box di battuta in Giappone di ex giocatori di Major di livello sostanzialmente modesto si spiegano comodamente con questa tesi). Lo scopo principale di quest’articolo è proprio quello di provare ad abbozzare una sorta di analisi comparata dalla carriera di Sadaharu Oh con quelle di autentici miti del baseball americano con carriere più o meno paragonabili alla sua. Parliamo ovviamente dei campioni che abbiamo già citato (quindi Babe Ruth, Hank Aaron) e di altri di cui scoprirete i nomi leggendo le tabelle allegate all’articolo. Per scelta precisa di noi autori, dal confronto è stato escluso Barry Bonds. Lo scopo invece secondario è quello di far conoscere la figura di Oh a qualche appassionato che non lo ha ancora “incontrato”, e magari permettere allo stesso ad appassionarsi al baseball giapponese; perché si può anche mettere in dubbio la legittimità del paragone tra i record o i numeri, ma quello che invece è praticamente impossibile contestare è lo straordinario impatto che la figura di Sadaharu Oh ha avuto nel baseball giapponese e nel promuovere l’immagine dello stesso oltre confine nel periodo a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta; soprattutto, la sua capacità comunicativa (orale, comportamentale, scritta; alla giapponese, intendiamoci) è stata fondamentale per promuovere il baseball del Sol Levante e farlo uscire dall’era arcaica della ricostruzione e trasportarla nel presente. Oh e Nagashima (l’altro membro della coppia chiamata “ON Hou”, il “cannone ON”, dalle iniziali dei due sluggers dei Giants) negli anni sessanta, sono stati per il baseball giapponese quello che Ruth e Gehrig sono stati per quello americano negli anni venti. Per dirla tutta, agli inizi la stella che brillava era quella di Nagashima, e Sadaharu ne era l’ombra… ma perché quello era il Giappone, quello è ancora il Giappone. Ci arriviamo, ora dobbiamo raccontare la storia del ragazzo e spiegare cosa faceva su quel monte di lancio nella primavera del 1957.

Grafico %HR/H di confronto tra Sadaharu Oh e alcuni grandi battitori major. Spicca Oh con poco più del 30 %, mentre a seguire vi è solo Ruth, con circa il 25%. Un dato che spicca subito all’occhio.

 


Sadaharu Oh nasce a Tokyo il 10 maggio del 1940, quattro mesi prima che il Giappone firmi il patto bellico con Germania e Italia, 576 giorni prima che la flotta guidata dall’Ammiraglio Yamamoto attacchi il Quartier Generale della flotta americana del pacifico a Pearl Harbor in mancanza di una formale dichiarazione di guerra, causando l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti. Sadaharu è il secondo figlio si Shifuku e Tomi, il primo un immigrato di origini cinesi, la seconda cittadina giapponese da generazioni. La coppia ha già un figlio di dieci anni, Tetsushiro, con Sadaharu nasce una bimba, la sua gemella; morirà all’età di quindici mesi, poco prima dell’entrata in guerra del Giappone. Il secondo conflitto mondiale segna in maniera indelebile l’esistenza di Sadaharu; vuoi perché alla guerra sono legati i suoi primissimi ricordi coscienti, di quando la mamma lo portava in spalla nella corsa al più vicino rifugio durante i bombardamenti come ha modo di ricordare nella sua biografia scritta nel 1984 con l’aiuto del giornalista David Falkner (“A Zen Way to baseball”), vuoi perché le origini cinesi del padre (nato nella provincia d Zhejiang in territorio cinese) gli valgono i sospetti di spionaggio che generano alcuni dei suoi numerosi arresti (gli altri Shifuku li colleziona violando il coprifuoco, ma questo lo sapete già…), lasciando quindi il bimbo alle cure ed alle attenzioni del fratello adolescente. E Tetsushiro il fratellino se lo porta sempre dietro; quando sbriga commissioni ed effettua consegne per il ristorante, quando va al mercato a comprare le verdure passando tutte le mattine davanti al Kaminarimon, quando si riunisce con gli amici suoi coetanei e gioca agli angoli di strada o nei giardini pubblici al baseball. Tetsushiro è bravo, e presto spiega al fratellino le regole del gioco e pian piano lo introduce nella comitiva dei suoi amici. Nel frattempo la guerra è finita, il Giappone ha firmato la resa incondizionata, il paese è da ricostruire; Shifuku nel frattempo ha capito, come tutti del resto, che la Cina post bellica ha intrapreso un cammino di totalitarismo sublimatosi nella fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1949) sotto la guida di Mao. Contestualmente, viene fondata anche la Repubblica Nazionale Cinese nell’isola di Formosa, quella che oggi conosciamo come Taiwan; Shifuku, orgoglioso delle proprire origini decide di godere del privilegio della doppia cittadinanza, ma fa in modo che i figli ottengano il passaporto taiwanese piuttosto che quello cinese: la scelta più saggia tra le due opzioni finì per condizionare in maniera indelebile la carriera sportiva di Oh, tra qualche riga scopriremo il perché.
Nel frattempo Tetsushiro regala la prima gioia al padre; viene ammesso alla prestigiosa università di Keio in qualità di studente di medicina, mentre per Sadaharu il padre ha immaginato un futuro da ingegnere, due professioni di assoluto rispetto ed in grado di elevare lo status sociale della famiglia Oh. Ma Tetsushiro continua a giocare a baseball, continua a portare con se il fratellino che al tempo ha nove anni, continua nel suo percorso di indottrinamento di Sadaharu al gioco: ormai il piccolo gioca regolarmente con ragazzi quasi ventenni, mettendo in mostra invidiabili doti da lanciatore, rese ancora più evidenti dal fatto che lui, mancino naturale, si adatta a fare tutto con la destra “perché tutti gli altri giocavano con la mano destra: pensavo fosse una regola…”. I due fratelli vanno anche allo stadio, al mitico Korakuen Stadium a vedere giocare i Yomiuri Giants, la squadra dei suoi sogni. Vede il maestro Masaichi Kaneda lanciare (400 vittorie in carriera, le ultime 47 in maglia Giants come compagno di squadra di Oh a partire dal 1965), vede all’opera gli Imperatori del Diamante dell’epoca, Fumio Fujimura degli Hanshin Tigers, Tetsuharu Kawakami degli stessi Giants, il “Dageki No Kamisama”, il Dio della battuta. Insomma, il nostro Sadaharu non ha ancora dieci anni e nelle vene ormai gli scorre baseball al posto del sangue; non sa come dirlo al padre, forse non se ne preoccupa ancora, ma è in quegli anni che decide quello che sarà il suo futuro. Lui sarà un giocatore di baseball, lui farà il lanciatore per i Giants.

Valori adoperati per creare i grafici di confronto messi in precedenza, paragonando Sadaharu Oh con questi battitori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’articolo è disponibile anche sul sito MLBItalia all’indirizzo web:  www.mlbitalia.eu ed è visibile cliccando qui.

fine prima parte – seconda parte on-line alle 18.00 del 05/01/2015

WordPress Author Box
Filippo Coppola

Nato a Scafati (SA) nel febbraio del 1986, vive alle falde del Vesuvio, precisamente a Boscotrecase (NA). Laureato prima alla triennale e poi alla magistrale specialistica in Ingegneria Navale alla Federico II di Napoli, appassionato da molti anni al baseball. Passione cresciuta di anno in anno, soprattutto di quello dell'estremo Oriente, in particolare quello giapponese e campionati asiatici (oltre a quello nostrano e Americano MLB), che seguo con assiduità. Sono tifoso dei Cincinnati Reds della NL in MLB, team storico di questo sport e che seguo da quando ho scoperto il baseball. Invece per i team asiatici, non ho alcuna preferenza in assoluto, essendomi appassionato di tutti. Ho per come hobby la vela, lo sport in genere e seguire il calcio Napoli, inoltre preferisce analizzare dati statistici e i numeri del baseball, sport dipendente da quest'ultimi, e alla ricerca e scoperta della sabermetrica, ovvero l'analisi del baseball attraverso le statistiche.

Like us on Facebook
on Facebook
Filippo Coppola