L’imperatore del baseball

Pubblicato il gen 5 2015 - 4:59pm by Filippo Coppola

Seconda parte (la prima parte è disponibile cliccando qui)

a cura di Filippo Coppola e Michele Pepe (Redattore web MLBItalia.eu)

Il presente articolo è disponibile anche sul sito MLBItalia all’indirizzo www.mlbitalia.eu

 

Nella prima parte il racconto si è interrotto quando il giovane Sadaharu decide cosa fare “da grande”: il giocatore di baseball professionista…..

 

Solo che il fato ci mette lo zampino: Tetsushiro si distrugge una caviglia in una partita di quartiere, è costretto a subire un intervento per la ricostruzione dei legamenti (che nel Giappone postbellico del 1950 non era certo una passeggiata…) e vede chiudersi la porta dei sogni, lui non potrà mai più entrare in un campo da baseball con gli scarpini, la carriera è finita. Cosa c’entra questo con i sogni del fratello minore? C’entra, eccome, visto che Shifuku vieta al figlio minore di giocare dopo l’infortunio di Tetsushiro, un figlio quasi azzoppato gli basta. E poi, “non c’è posto per le professioni strane nella famiglia Oh”. Ora, se una presa di posizione del genere la adottasse un genitore italiano nei giorni nostri… Ma il Giappone appartiene ad un’altra dimensione, ricordatevelo, ed il ragazzino fa buon viso a cattivo gioco… O meglio, fa buon viso e gioco nascosto, perché rispetta ufficialmente la decisione del padre, ma continua a giocare prendendo tutte le precauzioni possibili affinché il padre non se ne accorga; del resto, la passione è troppo forte ed il talento di cui madre natura lo ha dotato immenso. Solo che non può metterlo in mostra, è costretto a giocare tornei amatoriali invece di quelli scolastici, costantemente sotto gli occhi degli osservatori delle squadre nazionali; questa situazione diventa frustrante per il giovane Sadaharu, il quale arriva alla determinazione di abbandonare i suoi sogni e lasciare il baseball: dovrà diventare ingegnere e soddisfare i desideri del padre. Si prepara quindi per i test di ammissione alla scuola Sumidagawa, ma fallisce l’obiettivo e non viene ammesso; il punteggio gli è però sufficiente per entrare al liceo Waseda Jitsugyo, una delle scuole con il miglior programma per il baseball dell’intero paese. Sadaharu ne è entusiasta, cerca di convincere il padre a rimuovere il veto ed ad ottenerne l’autorizzazione per poter giocare con la maglia della scuola, ma da solo non ci sarebbe riuscito. Il via libera arriva grazie all’opera di persuasione che il fratello mette in atto, riuscendo a convincere Shifuku che, in fondo, una professione “strana” in famiglia la si può accettare!

La carriera di Oh alla Waseda inizia da stella assoluta; durante un allenamento incontra per la prima volta quello che sarà poi la sui guida spirituale, Hiroshi Arakawa, un giocatore professionista.. mancino! Oh inizia a battere quindi seguendo la sua naturale predisposizione ed aggiunge benzina al fuoco della considerazione che gli scout hanno di lui. In quel primo anno lancia una no-hitter in un incontro ad eliminazione di un torneo preliminare che qualifica a quello nazionale liceale, e nell’ultima gara del torneo stesso colpisce un fuoricampo che regala a Waseda il biglietto per le finali, da giocarsi ad Osaka, il Torneo Koshien. Ora, per quelli che non lo sapessero (io ero tra quelli fino a qualche mese fa), il torneo Koshien sta al baseball giapponese come le “Final Four” del basket universitario sta allo sport giovanile a stelle e strisce. Né più, né meno. Dieci giorni di gare, copertura televisiva continua, decine di milioni di spettatori in televisione, stadio gremito in ogni ordine di posti e per tutti i giorni delle gare. Ma il torneo non andò bene per la scuola Waseda. Sadaharu incontrò una delle sue rare ma devastanti giornate-no, che convinsero (anzi costrinsero) il suo allenatore a rilevarlo dal monte dopo soli due inning, a frittata però gia fatta. Sconfitta, eliminazione, ritorno a casa con il morale sotto i tacchi. E che ci crediate o no, sono sempre parole di Oh raccolte dalla sua biografia, quello non fu il momento peggiore della stagione da rookie del nostro nuovo amico: il peggio, preparatevi, avvenne qualche settimana prima, immediatamente dopo un successo prestigioso e sentitissimo per 4-0 contro la squadra di un liceo rivale, con Sadaharu che lanciò un Complete Game senza concedere punti… E cosa successe di tanto tremendo? All’ultimo out, nel momento in cui l’arbitro decretò la fine della partita, un evidentemente euforico Oh lanciò in aria il cappello in segno di giubilo. Fece appena in tempo ad uscire dal campo e si ritrovò di fronte Tetsushiro, ovviamente il fratellone era corso a guardarlo; lo sguardo del primogenito gli fece presagire il peggio, ma le parole e la lavata di capo che ne seguirono furono per Oh la colonna sonora dei cinque minuti peggiori della sua vita. Tetshushiro lo stava redarguendo per il gesto; quel cappellino lanciato in aria era eccesivo, era volgare. Peggio, esprimeva mancanza di rispetto per l’avversario sconfitto. Una cosa indegna. Il Giappone, si diceva.

Con in corpo la delusione per la sconfitta nel torneo nazionale, Sadaharu iniziò il suo secondo anno, questa volta come numero uno della squadra. Per capirci, questo è l’anno da cui è iniziata questa storia. In quell’anno, il liceo Waseda venne invitato alla versione primaverile del torneo Koshien, questa ad inviti e non disputata al termine di estenuanti passaggi intermedi; inutile a dirsi, Waseda aveva guadagnato l’invito anche per la presenza nel roster di Sadaharu. Capirete quali e quante fossero le aspettative di Oh in vista del torneo, ed a quali carichi di pressione fosse sottoposto; soprattutto (il Giappone, anche qui) il nostro sentiva il bisogno di lavare l’onta della sconfitta patita nell’estate precedente. Si doveva riscattare. Si preparò quindi duramente per il torneo con allenamenti massacranti; sessioni lunghe ore in palestra, altrettante ore spese in campo a perfezionare la tecnica di lancio. Palline su palline lanciate ogni giorno, a centinaia, tutti i giorni.

Il suo fisico gli presentò il conto durante la terza partita, la terza delle eventuali quattro. Tutto quell’allenamento, tutto quel lanciare gli avevano procurato delle vesciche sulle dita; ogni dita aveva delle bolle d’acqua che si chiudevano di notte e si riaprivano durante la partita. Nel corso della terza partita la situazione peggiorò drammaticamente; da alcune delle dita iniziò ad uscire sangue, l’unico ad accorgersi del malore di Sadaharu fu il catcher di Waseda, le palline gli arrivavano striate di rosso. Il ragazzo sul monte, il ragazzino, gli implorò di tenere il segreto, non voleva si sapesse, non voleva se ne accorgessero gli avversari, non voleva lasciare la sua squadra per una seconda volta nel momento del bisogno, in corsa per il titolo. Dopo ogni lancio era costretto a raffreddare le dita con la terra, che veniva buona anche per cancellare le impronte del sangue. Ma gli riuscì comunque di mettere a segno l’ultimo out, quello che il padre seguì nel salotto di casa Oh a Tokyo, seduto nella classica posizione seiza, con lo zabuton sotto le ginocchia. Rientrato in albergo, iniziò a tormentarsi nel dilemma: provare a lanciare e vincere la finale del giorno dopo, o confessare il malore ai compagni ed all’allenatore? Provare a vincere e rischiare di perdere, o rinunciare ed abbandonare? Ecco, se volete sapere quale sia la risposta giusta ad un quesito del genere non la dovete ricercare qui, nel prosieguo di questo racconto; perché nonostante Sadaharu Oh abbia poi ammesso di essere ormai prossimo alla decisione di rinunciare nel silenzio e nella solitudine della sua stanza, non fu mai costretto ad adottarla né a metterla in pratica. Si, perché mentre Sadaharu rientrava in camera dallo stadio, Shifuku, 400 km più a nord, aveva già messo il vasetto in borsa ed era corso in aeroporto, aveva acquistato il biglietto per Osaka e prima che il figlio si fosse addormentato aveva bussato alla porta della sua camera d’albergo. Nel vasetto c’era una crema a base di radice di Ginseng, un unguento che la famiglia Wang (il vero cognome di Shifuku quando viveva in Cina, Oh ne era la trasposizione in giapponese) aveva imparato a preparare nella notte dei tempi. Shifuku spalmò la crema sulle dita lacerate e sanguinanti del figlio, ed il figlio il giorno dopo lanciò e vinse anche la finale.

La carriera liceale di Sadaharu visse altri due momenti topici, densi di significato. A seguito della vittoria del torneo Koshien, il liceo Waseda fu invitato ad un altro prestigiosissimo torneo, il Kokutai che si teneva nella prefettura di Shizuoka. Piccolo problema; il regolamento specificava chiaramente che al torneo potevano partecipare solo atleti di origine giapponese, e la regola era inviolabile. Tenuto conto del fatto che Shifuku era cinese, Sadaharu non poteva prendervi parte. La delusione fu parzialmente mitigata dalla solidarietà che gli mostrarono allenatori e compagni, i quali pretesero che il ragazzo viaggiasse con loro, indossasse la sua casacca e restasse nel dugout durante le partite. Nel suo ultimo anno invece, Oh dovette subire quella che poi ebbe a definire la peggiore delusione sportiva della sua carriera. Nella gara che poneva in palio l’accesso al torneo Koshien da giocarsi contro gli arcirivali della scuola Meji, Sadaharu concesse la valida decisiva nel corso del dodicesimo inning; con quella valida arrivarono i due punti necessari alla squadra avversaria per completare una incredibile rimonta (cinque punti) in quel dodicesimo inning! Ma il nostro Sadaharu ebbe bisogno veramente di poco tempo per superare la delusione: alla fine dell’anno scolastico la Waseda gli offrì una borsa di studio per permettergli di conseguire la laurea ed allo stesso tempo gli arrivarono offerte concrete da squadre professionistiche: Oh rifiutò quella degli Hanshin Tigers (la più vantaggiosa economicamente) e decise di accettare i 13 milioni di yen annuali (circa sessantamila dollari) della sua squadra del cuore: la leggenda stava per avere inizio.

Ora vi inviterei a soffermarmi sulle analogie, non certamente numeriche, tra le carriere di Sadaharu Oh e quelle di Babe Ruth. Entrambi mancini, entrambi fenomeni come lanciatori a livello giovanile (anche se in contesti diversi), entrambi all’esordio nei rispettivi campionati maggiori all’età di 19 anni, entrambi trasferiti nel box di battuta per le evidente, strabordanti capacità di battitori. La differenza, non da poco, a favore di Ruth è che il Bambino era dannatamente forte e dominante come lanciatore, tanto da riuscire a vincere due anelli nei tre anni a pieno servizio come pitcher per i Red Sox. Sadaharu, invece, rimase nella rotazione dei partenti dei Giants solo per lo spring training della stagione d’esordio, quella del 1959; fu immediatamente inserito, infatti, nel lineup come prima base, in sostituzione del leggendario “dio dei Battitori”, Tetsuharu Kawakami, appena ritiratosi, ma dire che il primo anno fu difficile sarebbe riduttivo. Vi basta tornare a scorrere i dati inseriti nella tabella che riporta le statistiche di Oh per capire che la sua permanenza tra i Giants dopo la prima stagione fu giustificata dal fatto che la franchigia aveva investito tanto nel giovane talento ed anche dalla diversa attitudine che in Giappone si dimostra nel valutare i progressi dei giovani giocatori.

Tabella numeri statistici standard di Sadaharu Oh in carriera NPB

Quei primi anni furono comunque tutt’altro che semplici; non avendo mai curato particolarmente lo swing, lo stile di battuta di Oh era approssimativo e tutt’altro che definito. A nulla  valevano gli sforzi che il ragazzo faceva per migliorarlo; passava ore a guardare i filmati delle imprese di Mel Ott trasmessi dai canali americani, durante una tournee dei Cardinals spese ore ad osservare Stan Musial durante gli allenamenti di battuta… Niente, i risultati non arrivavano, le presenze al piatto si trasformavano sistematicamente in una lunga sequenza di strikeout subiti, al punto che i tifosi dei Giants iniziarono a prenderlo bonariamente in giro, intonando durante le partite (e giocando sul significato del suo cognome nella versione giapponese, Re) un coro con le seguenti parole: “Oh! Oh! Sanshin Oh!” (Oh, oh, il Re degli strikeout!). Nondimeno, Oh si meritava le attenzioni malevole della stampa che gli imputava uno scarso senso del dovere e criticava la sua deprecabile abitudine di trascorrere le ore libere della sera (e della notte) nei bar del quartiere di Ginza. Insomma, le cose non andavano come Sadaharu aveva sognato andassero, come Tetsushiro auspicava andassero, come Shifuku pretendeva andassero. Le note positive erano indubbiamente poche, ed il tempo passava. Di quel periodo Sadaharu Oh conserverà due ricordi, a suo dire, meravigliosi e che descrivono come poche altre cose la sua personalità. La prima cosa è il ricordo che egli stesso conserva delle sue difficoltà iniziali; gli sono state di aiuto fondamentale per capire quali fossero gli errori da evitare e gli atteggiamenti da non ripetere. La seconda, leggendaria, è “La partita dell’Imperatore”.

Medie di OBP e SLG di Sadaharu Oh in carriera, paragonate con le medie della Lega

 

Siamo al 25 giugno del 1959 e per la prima volta nella storia l’Imperatore Hirohito e sua moglie l’Imperatrice Kojun si presentano di persona allo stadio Korakuen per assistere ad una partita dal vivo: i Giants ospitano gli Hanshin Tigers. Nel quinto inning il “rookie of the year” della stagione 1958, Shigeo Nagashima (ve lo ricordate? Il secondo membro dei futuri ON Hou) mette a segno un fuoricampo che manda i Giants in vantaggio. I Tigers ripassano a condurre ed è il fuoricampo di Oh nel settimo che pareggia la partita. Nonostante il programma imperiale prevedesse la partenza dallo stadio per le 21.30, Hirohito e Kojun rimasero incollati ai sedili per l’ultimo turno in battuta di  Nagashima, nella parte bassa del nono. Il lancio di Minoru Murayama fu letto alla perfezione da Nagashima, e la palla terminò il suo volo tra i sedili dell’esterno destro, per il fuoricampo più incredibile e leggendario della storia del baseball giapponese, tra il delirio della folla e Nagashima che si inchina verso il palco imperiale prima di concludere il giro delle basi.

Il vero punto di svolta nella carriera di Oh, il momento in cui la crisalide si rompe ed il bruco diventa farfalla, avviene tra l’inverno del 1961 e l’inizio della stagione 1962. I Giants nell’inverno precedente hanno avvicendato il Manager Shigeru Mizuhara con Tetsuharu Kawakami e costui, dopo il primo anno di assestamento, per la stagione 1962 assume un nuovo hitting coach, e chi è il prescelto? Hiroshi Arakawa, l’uomo che era rimasto incantato dalle movenze dello Oh ragazzino. Arakawa diventa per Sadaharu molto più che un allenatore, ne diventa la guida spirituale; gli insegna la disciplina, l’autocontrollo, anche e soprattutto grazie a lunghe e terapeutiche sedute di meditazione (o credete che il titolo della biografia di Oh sia casuale?); gli insegna tecniche di Aikido per il movimento della mazza come fosse una katana, la spada dei samurai; gli fa passare ore e ore davanti a degli specchi per indurlo a notare i suoi stessi errori; tecnicamente parlando, lo reimposta da battitore correggendo l’impostazione dello swing che Sadaharu ha ereditato dal fratello, quello in voga nel baseball giapponese del periodo tra le guerre, il cosiddetto “upper cutting” e lo trasforma invece in uno slugger dal fenomenale stile “down swinging”. In sintesi, il primo metodo consiste nel colpire la palla con un movimento a spalle strette, con la mazza che si muove quasi in un piano parallelo alle stesse. Il secondo stile invece prevede che il movimento della mazza sia il più ampio possibile alla ricerca di maggiori velocità e potenza, e che la stessa quinsi segua un movimento naturale che traccia una ipotetica curva partendo da dietro le spalle per poi “scendere” giù fino all’impatto con la palla. Tecnica contro potenza, meccanica contro istinto. Per dirla tutta, Ty Cobb contro Babe Ruth. A quel punto Sadaharu è pronto; personalizza la tecnica con quel passettino del piede opposto al momento del caricamento dello swing che battezza come “Flamengo”, come fosse un ballerino spagnolo, e dalla primavera del 1962 iniziano le danze.

Nabella numeri avanzati di base sabermetrica della carriera di Sadaharu Oh

La tabella che abbiamo proposto con l’aggiunta dei valori sabermetrici vi illustrerà l’evoluzione puramente “numerica” della carriera di Oh; quello che non trovate scritto invece è cosa diventano i Giants con Oh e Nagashima in squadra. Già nel 1959 vincono il Pennant della Central League, ma è nel 1961 che riescono a vincere le Japan Series per la prima volta dal 1955 e dopo la cadenza biennale tipica dei.. loro omonimi di San Francisco dei nostri giorni (vincono infatti Lega e Serie sia nel 1963 che nel 1965, solo gli anni dispari!), dal 1965 al 1973 conquistano nove Pennant Consecutivi farcendoli con altrettanti successi nelle Japan Series. Una vera e propria macchina da guerra, l’incarnazione ideale del primo nome della franchigia (The Great Japan Tokyo Baseball Club), una formazione che egemonizza il panorama del baseball giapponese come e forse più di quanto riesca agli Yankees di Joe DiMaggio e Mickey Mantle tra il 1947 ed il 1962 in quello americano. E le stelle dei Giants sono loro, le star indiscusse: Sadaharu Oh e Shigeo Nagashima. Eppure Oh, che nel frattempo straccia tutti i record possibili ed immaginabili riguardanti i fuoricampo, come potete ricavare dalla tabella qui di fianco, con il record di 55 stabilito nella stagione 1964 che ha resistito per quasi 50 anni* ed è stato battuto nel 2013 dai 60 di Wladimir Balentien, Oh, dicevamo, rimane costantemente nell’ombra di Nagashima, oscurato dalla fama, dalla presenza e dalla… purezza di Shigeo. Cosa c’entra la purezza? C’entra, c’entra eccome: Nagashima è giapponese, interamente giapponese. Oh invece è figlio di un cinese, lui è uno straniero: lui è un Gaijin, uno straniero. Piccola parentesi; spesso, a torto, i giapponesi sono vittima di un fastidiosissimo luogo comune che tende a dipingerli come razzista. Non è vero; il razzista, non è semantica) è colui che discrimina il prossimo in virtù di una supposta inferiorità nei propri confronti. Il giapponese invece, spinto da un nazionalismo che affonda le radici millenarie del proprio popolo, è convinto ci sia una razza migliore delle altre: la sua. Logica conseguenza, dovendo scegliere quale dei due alfieri, quale dei due Giganti idolatrare, i tifosi di Tokyo scelsero il purosangue, Nagashima. Dal suo canto, Sadaharu Oh non fece mai nulla per invertire questa tendenza come capitava ad altri giocatori che “nascondevano” le proprie origini di figli o nipoti di immigrati: lui conservava con fierezza il suo passaporto taiwanese, imperituro omaggio alle radici ancestrali del padre. Il binomio in casa Giants si dissolse nel 1974, quando Nagashima si ritirò al termine di quella stagione e senza il suo sodale storico gli ultimi anni di carriera di Oh furono dedicati al raggiungimento del record mondiale dei fuoricampo. Sempre in quel 1974, l’otto di Aprile (ne abbiamo parlato, ricordate?), Hank Aaron aveva sorpassato Babe Ruth; Oh raggiunse il Bambino l’11 ottobre del 1976 (nel 1975 c’era stato uno sciopero che aveva squassato la stagione di baseball giapponese!) ed il 3 settembre del 1977, fronteggiando Yasujiro Suzuki, pitcher degli Yakult Swallows, Oh mise a segno il fuoricampo numero 756, quello che gli permetteva di superare anche Aaron e di diventare l’Oh, il Re dei fuoricampo nel baseball mondiale. Al termine della carriera da giocatore, stagione 1980, il numero di homers era di 868, il numero di Pennant della Central League conquistati erano aumentati di due,  il record di titoli da fuoricampista stracciato e fissato ad un limite (15) umanamente inavvicinabile. Di questi 15, i primi 13 (1962 – 1974) sono stati consecutivi, poi un anno sabbatico e gli ultimi due .

Grafico con HR battuti da Oh lungo la sua carriera in casacca Yomiuri Giants.

 

Terminata la carriera di giocatore, Oh ha trovato il tempo di allenare i Giants dal 1984 al 1988 vincendo il Pennat nel 1987, per poi ritornare nel dugout con i Fukuoka Daiei Hawks nell’altra Lega, la Pacific, dal 1995 al 2003. Con gli Hawks ha vinto tre Pennant Pacific (1999 – 2000 – 2003) e la Japan Series nel 1999 e nel 2003. E per non farsi mancare nulla, nel 2006 ha prima guidato il Giappone alla vittoria nella prima edizione del World Baseball Classic, e poi ha sconfitto un tumore intestinale. Si è ritirato dall’attività al termine della stagione 2008; da allora rimane in carica come icona vivente, unica ed inavvicinabile, per una intera nazione. La più grande vittoria di un Gaijin nella storia ultra-millenaria del Giappone.

* Nel 1985 (ad opera di Randy Bass), nel 2001 (Karl Rhodes) e nel 2002 (Alex Cabrera) giocatori non giapponesi arrivarono ad avvicinare o addirittura eguagliare (Rhodes e Cabrera) il record stagionale dei 55 fuoricampo di Oh. Mentre a Bass restava una sola gara da giocare (e gli concessero 4 basi ball in quattro turni, impedendogli quantomeno di pareggiare il record), Rhodes  e Cabrera eguagliarono il record di Oh di 55 fuoricampo con rispettivamente ancora 7 e cinque gare da giocare. Successe l’imprevedibile (per gli occhi di un americano): i lanciatori che fronteggiavano Rhodes e Cabrera si rifiutarono di lanciare palle giocabili ai due battitori “Gaijin”, nella silenziosa approvazione delle tifoserie. Il caso di Cabrera fu il più controverso, dal momento che la serie finale il venezuelano dovette giocarla proprio contro la squadra allenata da Oh. Nonostante l’ordine di Oh di lanciare nell’aria di strike, nelle tre partite della serie i lanciatori degli Hawks concessero tutte basi ball a Cabrera, impedendogli di battere il record. Nel 2002 ESPN piazzò il record di Oh al secondo posto della classifica dei record più “farlocchi” della Storia dello Sport.  

 

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Filippo Coppola

Nato a Scafati (SA) nel febbraio del 1986, vive alle falde del Vesuvio, precisamente a Boscotrecase (NA). Laureato prima alla triennale e poi alla magistrale specialistica in Ingegneria Navale alla Federico II di Napoli, appassionato da molti anni al baseball. Passione cresciuta di anno in anno, soprattutto di quello dell'estremo Oriente, in particolare quello giapponese e campionati asiatici (oltre a quello nostrano e Americano MLB), che seguo con assiduità. Sono tifoso dei Cincinnati Reds della NL in MLB, team storico di questo sport e che seguo da quando ho scoperto il baseball. Invece per i team asiatici, non ho alcuna preferenza in assoluto, essendomi appassionato di tutti. Ho per come hobby la vela, lo sport in genere e seguire il calcio Napoli, inoltre preferisce analizzare dati statistici e i numeri del baseball, sport dipendente da quest'ultimi, e alla ricerca e scoperta della sabermetrica, ovvero l'analisi del baseball attraverso le statistiche.

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