Le mamme nel baseball, Elisa Francisconi mamma di Leonardo Seminati

Pubblicato il Nov 25 2018 - 12:59am by Massimo Moretti

Nuovo appuntamento con la rubrica “Le mamme nel baseball”. Questa settimana protagonista è Elisa Francisconi mamma di Leonardo Seminati, uno dei più grandi talenti del baseball italiano, attualmente nell’organizzazione professionistica dei Cincinnati Reds.

Domanda classica ….. in che ruolo giocheresti? O meglio dove ti sentiresti più a tuo agio?

“Nel ruolo di spettatore, sugli spalti! Almeno lì non farei danni. Sai, Leo non è figlio d’arte come molti dei suoi compagni di gioco, anzi, di baseball in casa ne sappiamo poco o nulla e a posteriori penso che per lui sia stato un bene, nessuna aspettativa, nessuna pressione, nessun consiglio, solo supporto”

La carriera di Leonardo corre sempre di più anno, dopo anno da, Bergamo agli Stati Uniti?

“Mi risulta sempre difficile parlare di Leo in termini di “carriera”. Sogni, obiettivi, passione, questo sì. Aggiungerei anche un pò di fortuna, ha incontrato le persone giuste nel momento giusto, quelle che hanno creduto nelle sue capacità e hanno saputo svilupparle fino a farlo diventare un giocatore apprezzato a livello internazionale.

Certo è che quando ha preso in mano per la prima volta quella pallina bianca con le cuciture rosse nessuno di noi si sarebbe mai aspettato che nel giro di pochi anni, 10 per l’esattezza, da quel polveroso campetto da calcio su cui gli allenatori dei neonati Bergamo Walls cercavano di fissare le basi, Leo sarebbe volato, al Complex dei REDS in Arizona. Quando si dice: la forza di inseguire un sogno”!

Pensavi alla sua prima partita, chissà cosa combina con questo sport?

“Sinceramente, non pensavo nulla! I Bergamo Walls erano un gruppetto di ragazzini eterogenei per età e provenienza e Leo era il più piccolo. Nessuno di loro sapeva realmente che cosa sarebbe accaduto su quel campo e meno che meno lo sapevamo noi genitori, tutti neofiti, più che altro siamo rimasti molto affascinati dal clima di festa che aleggiava intorno alla partita e che poco aveva a che fare con le situazioni di tensione che avevamo visto in precedenza nel calcio.

I ragazzi non avevano nemmeno la divisa, una maglietta con la scritta, i pantaloni della tuta “che si potessero sporcare” e un sacco di entusiasmo.

Eravamo nel campo piccolo del Senago, che bei ricordi”.

Leonardo dall’Accademia ed adesso nelle Minors è sempre fuori da casa come hai reagito a queste distanze?

“Età diverse, distanze diverse, reazioni diverse. Non mi hanno mai spaventato le distanze in se, ma mi ha sempre preoccupato il fatto di non poter essere al suo fianco qualora ne avesse avuto bisogno.

Quando ha vinto il concorso per entrare in Accademia, a Tirrenia, era poco più di un ragazzino e il pensiero era più che altro rivolto alla sua capacità di gestire in autonomia il tempo da dedicare alla scuola e quello da dedicare allo sport. Seppur coscienti che non è possibile svolgere al meglio entrambi gli impegni, lo abbiamo sempre spinto a non trascurare troppo la preparazione scolastica, fondamentale per il suo futuro.

Il ruolo del genitore a distanza è difficile, devi avere le antenne alte e captare qualsiasi indicatore di benessere e/o malessere.

La partenza per gli Stati Uniti invece è stato un grande distacco, una parte di me, di noi, se n’è andata con lui; ma la vita continua e benché i mezzi di comunicazione siano preziosissimi, è difficile tenerci aggiornati su tutto quanto succede ogni giorno. Siamo una famiglia che punta molto sulla condivisione per crescere insieme e restare uniti; ogni scelta in casa viene condivisa e talvolta ci impieghiamo giorni a a far collimare tempi e orari per ritrovarci dietro uno schermo a scegliere o a discutere.

Penso che la fatica maggiore si quella del rapporto tra fratelli, la solitudine è tanta e il fuso orario pesa. Per ora comunque va bene così, quando ci mancherà troppo, andremo a trovarlo”.

Tanti sacrifici affrontati in questi anni ma anche tante soddisfazioni? E quanti km trascorsi?

“Molti sacrifici! Leo ha mangiato, studiato, dormito in macchina per anni, mai un compleanno, la festa di un amico, la gita in campagna, perché a parte i primi due anni che è rimasto nei Walls, poi è stata sempre una trasferta, ogni anno più lunga e più faticosa per noi e per lui e sinceramente non so quanto questo sia stato realmente compreso da società e compagni di squadra. Alessandro ha regalato la sua infanzia a Leo, passando il tempo sugli spalti a vedere partite di cui non gli importava assolutamente nulla. Io e mio marito abbiamo macinato chilometri anche quando la stanchezza e il buon senso ci diceva di restare a casa, ma si devono sempre onorare gli impegni presi.

Soddisfazioni, qualcuna in Italia e molte all’estero. Questo credo sia il bilancio corretto”.

Dove vedi Leonardo tra 5 anni? 

“Se avessi una sfera di cristallo potrei azzardare qualunque cosa, ma io sono quella del “vivi oggi” e per carattere non guardo mai così avanti.

Se il suo futuro sarà giocare a baseball, auguro a Leo di continuare a divertirsi sul diamante e di trovarsi sempre in squadre che lo apprezzino e che lo valorizzino, come è stato quest’anno”.

Quante interviste hai fatto fino ad oggi?

“Qualcuna. Non so perché ma la firma di Leo ha fatto parecchio clamore”.

Che voto dai a questa prima stagione da professionista di Leonardo?

“Se devo dirti la mia, io gli darei 9 perché si può sempre fare meglio anche se credo che Leo abbia dato tutto ciò che aveva da dare.

Il valore di un giocatore non si può leggere solo su uno sterile tabellino scaricato da un sito oltreoceano. I Reds si aspettavano un giocatore tutto da costruire e negli accordi c’era qualche anno di pura formazione, Leo è stato sopra le aspettative.

Dopo un buon lavoro durante gli Spring Training, proprio all’inizio del campionato che lo vedeva destinato nel gruppo di Greenville è dovuto rientrare a casa, come da contratto, per dare l’esame di maturità, preparato da privatista tra una partita e l’altra.

Non gli è stato anticipato l’orale, anzi, è stato tra gli ultimi e questo ha prolungato la sua permanenza in Italia di dieci giorni penalizzandolo poi sul campo. Con la maturità in tasca è ripartito per gli States a metà luglio, e a questo punto, a campionato inoltrato, potevano solo che farlo ripartire in Arizona League.

La sua costante presenza in campo è stato un grande segno di stima da parte degli allenatori. Ha giocato anche quando un problema agli occhi gli impediva di vedere bene, sono stati dieci giorni difficili (tanto per intenderci, la seconda metà di luglio, quando ha preso un infilata di K) solo, senza la famiglia, a comprendere i termini medici di una patologia a lui sconosciuta e, per quanto banale, penalizzante, insomma non è stata proprio una passeggiata. Devo dire che l’organizzazione dei Reds ha sempre avuto molta cura di Leo, eravamo sereni, sapevamo che era in buone mani.

E poi la sorpresa, l’inserimento nel roster dei Billings Mustangs l’accesso ai playoff e un po’ di soddisfazioni come la notizia di essere stato il protagonista del fuoricampo più lungo della Reds Farm System: 477 piedi sono tantissimi! E per finire, la chiamata di Gerali con la nazionale maggiore”.

Un aneddoto particolare della sua vita da giocatore.

“Non so perché ma a questa domanda la mia mente corre immediatamente indietro nel tempo alla fine di agosto del 2011. Leo aveva undici anni, giocava nel Brescia e uno dei suoi allenatori era Caryl Tovar, che ho scoperto in seguito essere il tecnico della nazionale giovanile Venezuelana.

Ovviamente io non lo sapevo, come non sapevo molto altro, ero solo una mamma che andava a riprendere suo figlio all’allenamento.

Ci salutiamo, per lui era giunto il momento di ritornare a casa; quattro passi verso l’uscita dal campo e mi sento richiamare per nome.

Mi giro. Caryl mi guarda e mi dice: “Leo diventerà un giocatore di baseball!” lo gli sorrido senza in realtà comprendere ciò che volesse dirmi. Lo sguardo si fa serio, un brivido mi attraversa e comprendo che cerca di dirmi qualcosa di importante: “non sto scherzando, Leo diventerà un giocatore di baseball!”.

L’ho ringraziato per le sue parole, l’ho abbracciato e torniamo a casa”

Che avesse ragione lui?

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Massimo Moretti

Nato nel 1973....aspettando 17 anni lo scudetto. Semplice appassionato di baseball come tutti quelli che vivono nella città del Tridente. Ottima prima base nei tempi (mio giudizio) protagonista assoluto in una partita con la maglia dei Ragazzi del Nettuno B.C. contro gli americani della base Nato di Napoli (ho le prove ed i testimoni). Vanto una presenza al piatto con la maglia del Baseball Club Rovigo in serie C nono inning uomo in base sotto 3 a 1 in quel di Poviglio strike out senza gloria. Ho provato la scalata nelle Minors come da foto profilo ma senza successo. Più che un esperto sono un fanatico.