Il Baseball come il teatro nelle parole dell’autore Stefano Duranti Poccetti

Pubblicato il Dic 18 2018 - 6:05pm by Pietro Striano

Sono incappato per puro caso in Stefano Duranti Poccetti, autore dell’atto unico “Ritorno alla base” e nell’insieme del progetto nel creare delle basi solide letterarie nel baseball, così ho deciso di intervistarlo.

Allora Stefano, prima di parlare di te, del tuo lavoro e progetti vari, inizierei in maniera un po’ diversa questa intervista. Il baseball è incredibilmente teatro o come direbbero gli americani è drama. I posti a sedere sembrano un antico teatro greco dove gli eroi vivono i drammi, le vittorie e le sconfitte in una eterna battaglia di Troia. Cosa ne pensi.

Stefano Duranti Poccetti

“Ciao Pietro, innanzitutto voglio ringraziarti per darmi la possibilità di parlare riguardo a questo splendido sport, cosa che mi fa veramente piacere.

È incredibile il riferimento che fai senza conoscere una mia opera che ho scritto e in attesa di pubblicazione. In “Frammenti di baseball” infatti parlo anche di questo, leggi per esempio questo breve brano: “Entrare in un campo da baseball è come entrare in un arcaico tempio, proprio uno di quei templi circondati da statue raffiguranti eroi e atleti, con la differenza che in questo caso quelle sculture sono rappresentate proprio dai giocatori stessi. Essi stanno lì, nella loro statica magnificenza. Potrebbero restare anche immobili, esercitando le sole gestualità elementari di questo sport per dare luogo a una splendida visione che non avrebbe niente da invidiare allo spettacolo di un antico tempio. Li vedo lì, fermi, marmorei, l’esterno sinistro intento in una volata, il battitore con le braccia allungate verso l’alto, il lanciatore sopra il monte dell’Olimpo, con il braccio teso mirando al piatto. Basterebbe questo a creare una perfetta armonica bellezza.”

Ecco, credo di averti risposto…

Ho sempre pensato al baseball come espressione culturale. Questo è secondo me uno dei punti forti del nostro gioco, esiste una letteratura  lunga. La cultura è sale per le nuove generazioni, eppure perché secondo te lo sport in generale tende a mostrare più i muscoli e meno il cervello?

 “Forse questo accade più in Italia, meno in altri Paesi, dove la letteratura sportiva è maggiormente valorizzata. Ho avuto il piacere d’intervistare il grande giornalista e scrittore sportivo Gianni Clerici e lui sai cosa mi ha detto per il mio stupore? “Mi sento un fallito”. Voleva dire che scrivendo di sport non si è sentito mai stimato al pari di altri intellettuali che si occupano di argomenti ritenuti più “alti”. Stessa sorte è accaduta anche a Gianni Brera e ad altri. Eppure, la letteratura sportiva, anche in Italia, ha sempre esercitato fascino sui grandi scrittori. Pasolini ha scritto bellissime liriche sul calcio, Malaparte invece quel bellissimo saggio “Coppi e Bartali”, veramente una pietra miliare. Se si parla di baseball, è chiaro, in Italia è poco giocato, quindi è normale che  esistano pochi libri, però direi che la letteratura e la cinematografia americana in questo ricompensano alla grande”.

Parliamo ora del tuo lavoro, ma prima ti chiederei alla classica maniera una introduzione di te stesso, studi, etc.

 “Guarda, ora non mi va di fare una carrellata di quello che faccio, mi limiterò a dire soltanto che sono uno scrittore e giornalista e che sono laureato in Discipline Letterarie, Artistiche e dello Spettacolo, aggiungendo che amo lo sport proprio come l’opera lirica e il teatro, perché lo sport è anch’esso spettacolo”.

Ho letto “Ritorno alla base”, mi è piaciuto ma è troppo breve perché palesemente tu ci metti dentro temi interessanti che però avrebbero meritato sicuramente un’analisi maggiore. Il tema della difficoltà della vita e tentare di colpirla è una cosa che pure io in “Going Home” ho cercato di affrontare. Prendo il tuo atto come un prologo di qualcosa di più ampio. La democrazia del baseball è unica, penso ad Abbott con un braccio solo, perché noi fatichiamo a comprenderlo il baseball?

 “La brevità di “Ritorno alla base” è dettata dai limiti di misura della rivista sul quale è stato pubblicato, vale a dire Teatro Contemporaneo e Cinema, edita dalla casa editrice Pagine. Approfitto per ringraziare il direttore Gianfranco Bartalotta della bella opportunità concessami. Con questo brevissimo atto unico ho voluto parlare della vita tramite il baseball. Ogni base in fin dei conti rappresenta un grado della nostra vita. Da ogni stazionamento impariamo qualcosa, si tratta di un percorso che ci conduce a migliorarci e a fare quel “punto” che ci permette di arrivare a un cambiamento e quindi a una nuova consapevolezza. Per quanto riguarda il baseball come democrazia, è vero quello che dici. Per chi non lo sapesse, Jim Abbott è un ex giocatore nato senza una mano e nonostante questo è riuscito a emergere nel mondo del baseball professionistico come lanciatore (in questo momento mi viene in mente il grande jazzista Michel Petrucciani, che si diceva fiero di essere nato con la sindrome di nanismo, perché in questo modo aveva potuto concentrarsi sullo studio del pianoforte). Queste sono storie decisamente eccezionali, che insegnano una cosa banale, ma che poi è una importante verità: se una cosa la vuoi, tramite l’impegno e la dedizione puoi ottenerla”.

 

Domanda classica! Come sei giunto al baseball?

“Ho iniziato la mia carriera nella squadra baseball dei Cleveland Indians… Ah! Naturalmente sto scherzando. Gioco da poco, questo è il terzo anno, nella squadra amatoriale di softball Arezzo Parrots. Comunque, qualche avvisaglia l’avevo già avuta. Mi ricordo ancora che quando ero piccolo vidi il film “The Babe”, su Babe Ruth, e mi è sempre rimasto impresso. Poi anni fa con il mio amico Matteo Billi andammo a fare un viaggio a Cuba e lì mi estasiai a guardare i ragazzini che giocavano a baseball per le strade – mi comprai anche una mazza. Poi qualche anno fa ho un’illuminazione: devo giocare a baseball. M’informo se esista una squadra nelle mie zone (io sono di Cortona, in provincia di Arezzo) e tramite una serie di ricerche trovo la formazione amatoriale che mi permette d’iniziare, in questo caso è d’obbligo il mio ringraziamento a Michele Giommoni, è lui che mi ha dato questa possibilità. Credevo si trattasse di baseball, ma poi al primo allenamento mi sono accorto che la palla era molto più grande. Si trattava di softball, lo provai e mi piacque moltissimo. A baseball amatoriale comunque avrei giocato più tardi, l’anno scorso, partecipando con i Drinkers di Lucca, allenati da Alessandro Sodaini, al torneo delle regioni, rappresentando la Toscana. Inoltre, a parte il baseball giocato, in questi anni sono state tante le letture di romanzi su questo sport, da “Il migliore” di Malamud, fino ad arrivare a “Shoeless Joe” di Kinsella, tutti libri recensiti sul sito Alessiobaroncini.it (dove ho pubblicato anche scritti creativi, come la commedia “Baseball, baseball!”, correlata da una vignetta di Sauro Pasquini), che ringrazio per avermi aperto le porte. Poi sul baseball ho scritto anche altre cose, ma questo lo sai già…

“Ritorno alla base” è stato messo in scena? È reperibile il testo da qualche parte? Hai pensato ad un radio dramma, si presterebbe benissimo.

“Ritorno alla base” non è stato messo in scena, ma l’idea che mi dai per un eventuale radio dramma, non ci avevo pensato, è veramente buona. Il testo, come accennavo, è reperibile sul numero di novembre della rivista Teatro Contemporaneo e Cinema”.

Perché abbiamo bisogno di creare una letteratura baseball?

La letteratura di baseball per fortuna esiste già e a dismisura, però soprattutto negli Stati Uniti – non amo la cultura americana, ma devo ammettere che con il baseball hanno fatto un vero capolavoro. Molti libri sono stati fortunatamente tradotti, anche se ancora manca nella nostra lingua il racconto “Blockade Billy” di Stephen King. Quello che serve probabilmente è riuscire ad avvicinare più persone a questo sport in Italia, non so se questo in futuro avverrà. Se sarà, bene, altrimenti, nella peggiore delle ipotesi, rimarremo un’isola felice. Devo dire comunque che anche nel nostro Paese ci sono realtà interessanti. La casa editrice 66than2nd per esempio ha pubblicato molti romanzi sul baseball ed esistono riviste di critica dello sport molto serie, come Lancillotto e Nausica.

La cosa certa è che il baseball è adatto per parlare della vita (la maggior parte della letteratura sportiva prende in esame proprio questo sport). Il baseball è metafora dell’esistenza, il corridore che attraversa le basi la percorre man mano e compie quell’iter che lo porta dalla sua alba fino all’apice. Credo che il baseball sia l’unico sport che unisca in sé così bene sia dimensione individuale che di squadra, entrambi fattori presenti nella nostra quotidianità”.

Mi dicevi che hai altri progetti in cantiere, puoi illustrare cosa?

 “Sul baseball ho scritto diverse poesie, vuoi sentirne una?

Nella notte, l’acceso
campo da baseball
sembra parlarci del

sogno dei sogni.
Ieratico, quale la candela
allumata della chiesa,
si presta all’ascolto
di quel fanciullino
che lo vive nella
inconsapevole gioia
dell’infante solitudine.

In più, prima ti parlavo di “Frammenti di baseball” (in attesa di pubblicazione), un’opera in cui, attraverso la mia “poetica del frammento e della variazione sul tema” (il manifesto uscirà sul prossimo libro che pubblicherò a inizio 2019 per Prometheus: “Don Chishiotte in frammenti”) svolgo l’argomento baseball. Si tratta di una serie di piccoli brani poetici sciolti in prosa che mirano a parlare di questo sport, attraverso aneddoti, storia, ricordi, sensazioni, miti. Il lavoro si apre così: “Eccoli lì, i giocatori dei Chicago Cubs, dei Cleveland Indians, dei Brooklyn Dodgers e delle altre squadre di Major. Ci sono tutti, con gli elmetti in capo, le mazze tra le braccia, allineati come soldati. Arruolati militari non per servire la guerra, bensì per perseguire uno scopo più alto e pacifico, che forse un occhio attento e poetico potrebbe intravedere alzando lo sguardo verso il cielo, fra quelle nuvole meravigliose decantate da Baudelaire…”

Ringraziandoti, su quali social ti possiamo trovare?

 “In realtà, benché ce l’abbia, non amo moltissimo i social, mi sembra che ormai le persone li utilizzino più per esibizionismo che per mostrare cose di sostanza, quindi io ne faccio più un uso per intrattenere rapporti che per andare alla ricerca di like. In ogni caso, potete trovarmi su Facebook con il mio nome.

Stefano Duranti Poccetti. Diffidate dalle imitazioni”.

Ringrazio Giovanni e Baseballmania per lo spazio concessomi per questa intervista a Stefano, è importante, crediamo, creare e parlare non solo con persone che praticano il gioco del baseball, ma anche con persone che pensano il gioco.

Alla Prossima

 

Pietro Striano

 

QUI – Il mio libro Going Home

QUI – La Pagina Facebook Ascesa dei vinti

(naturalmente questa era solo una battuta).