Viaggio nelle “Italian Minor League” con Pietro Striano di Ascesa dei Vinti e scrittore di Going Home e Massimo Moretti del nostro Casabase. I RED FOXES Roma

Pubblicato il Dic 14 2018 - 10:49pm by Massimo Moretti

Italian Minor League Revolution da un idea di Pietro Striano, animatore della pagina FB Ascesa dei Vinti , scrittore di Going Home (uno spaccato sul mondo minore del baseball americano) abbiamo parlato in rete creare una sorta di manifesto per dare spazio alle realtà nostrane. A chi vive i nostri sport (baseball, softball maschile e femminile, slow pitch)  con passione ed entusiasmo. – Massimo Moretti

Cosa è un club Minor League? Un club minor league inteso all’ americana è un club che partecipa ad un campionato minore legato alla MLB  dove il club parente detiene tutto il potere lasciando al club piccolo giusto il minimo. Questo minimo consiste in una parola fondamentale. Promozione Negli ultimi 25 anni i club minors americani stanno portando in atto una campagna atta a riempire il ballpark non grazie alle performance (il movimento di giocatori è talmente ampio che spesso il pubblico nemmeno li ricorda), ma attraverso l’ironia, twitter, concerti, cibo. Noi spesso in Italia guardiamo alla performance. Ci sono club italiani che stanno applicando questa filosofia di :portiamo gente e facciamogli capire che il gioco può essere intrattenimento oltre lo sport ? Si. Ecco a voi quelli che secondo noi ci stanno provando. – Pietro Striano

 

Come primo incontro prendo spunto dalla squadra amatoriale di softball dei RED FOXES di Roma,  che mi hanno colpito per la loro filosofia che copio paro paro dal loro sito una squadra orgogliosamente mista e multietnica in cui chiunque, che abbia già giocato o meno, può fare la propria parte. Una comunità che unisce, in nome del softball e della gioia di stare insieme, ben sette nazionalità diverse: questi sono i Red Foxes. Ne parliamo con Davide Garzia, presidente e giocatore (ovviamente) dei Red Foxes, approfittando che in questi festeggiano giorni il loro  compleanno

Prima di tutto i complimenti per la vostra avventura, e per la presenza sui social, sinonimo di ricercatezza ed accuratezza

La parte di intervista di MASSIMO MORETTI:

Allora Davide come nata l’avventura Red Foxes in una città come Roma?

“Quando avevo 13 anni con mio fratello avevamo creato una squadretta di baseball di bambini del quartiere, in quello che ora è il campo di via Galba.

La squadra si chiamava Wizards, l’idea mi era venuta innamorandomi di Ozzie Smith e del baseball che, ai tempi, si vedeva su italia 1.

Era una situazione molto in stile Peanuts, ma ci passavamo le giornate. Giocammo una sola partita, dopo 2 anni, contro una squadra di mormoni americani, conosciuti per caso.

Crescendo, abbiamo giocato con la Lazio (ai tempi di Giulio Glorioso e Gianfranco Zinno). Zinno è stato un grande maestro. Tanti anni dopo aver smesso di giocare, un amico mi ha chiamato per una partita a softball a villa Pamphilj.

Non sapeva giocare quasi nessuno, ma c’era il grande Gianni Sbarra che lanciava per tutti ed armonizzava i livelli di gioco. In quell’occasione è scattata una scintilla e la voglia di ricominciare.
Dopo un anno di transizione in un’altra squadra amatoriale, abbiamo deciso di fondare la nostra squadra, con uno spirito diverso. Amatoriale, ma con un progetto di più ampio respiro e sviluppo”.

 

Avete un roster infinito, con giocatori di tutte le età e di nazionalità differenti, come riuscite ad amalgamare il tutto?

“Ancora ricordo quando con Stefano (mio fratello) contavamo i giocatori per i futuri Red Foxes per arrivare a 9, con tanto ottimismo di coinvolgere anche persone che non avevano mai giocato (alcune veramente improbabili), nel giro delle nostre conoscenze.

Invece la situazione è esplosa rapidamente ed abbiamo una media di circa 50 tesserati all’anno, suddivisi in 2 squadre e 3 livelli di gioco diversi (avanzato, intermedio, rookie).
Dobbiamo contingentare questo numero, perchè non abbiamo strutture nostre (un campo) da poter gestire in maniera autonoma: sono sicuro che se le cose cambieranno in questo senso, potremmo raddoppiare, o quasi,   il numero dei tesserati senza troppe difficoltà”
Nell’attesa, stiamo cercando di formare allenatori, preparatori atletici e pitching coach, grazie alla supervisione del nostro Bench Coach Giuseppe Bataloni.

Abbiamo un approccio molto “autarchico” alle cose, tutto autofinanziato, grande suddivisione dei compiti. Giochiamo utilizzando solo nostri tesserati, al contrario di moltissime altre squadre. Questo crea un grande senso di appartenenza alla società.

E’ bellissimo sentir parlare così tante lingue nel dugout, spagnolo, inglese, filippino, giapponese…

I Red Foxes sono una comunità multietnica, in cui tutti si sentono a casa. Ciò che ci unisce è la condivisione di un certo spirito sportivo, competitivo ma sempre col sorriso.

Enfatizziamo sempre il nickname della squadra e mai la città di provenienza: non importa da dove veniamo, chi condivide i nostri valori e suda durante gli allenamenti con noi, è una volpe”

 

Come Coach avete il vulcanico Giuseppe Bataloni, che su il nostro gruppo Casabase, riesce sempre a creare discussioni interessanti sul futuro del baseball, quali tecniche di allenamento ha sviluppato?

“Non entro nel merito di questioni troppo tecniche, forse questo non è il contesto giusto per parlarne, anzi sarebbe ora che ne parlino solo persone competenti, senza opinioni urlate sui social.

Pino sta sperimentando dei sistemi per snellire i tempi di gioco e creare più situazioni “giocate” in minor tempo. Il calcio, il basket, la pallavolo hanno mille varianti, perchè il baseball non può cercare versioni differenti di sè stesso?

Io credo che ci sia bisogno di creare familiarità con questo sport, in tutte le sue forme possibili, partendo dal divertimento, senza troppe preclusioni mentali o rigidità ideologiche.

In generale, credo che un problema culturale del nostro paese sia una grande chiusura a tutto ciò che è nuovo, finchè non arriva qualcuno ad importelo dall’alto col bollino del “dogma”; Allora te lo fai andare bene e basta.

Perchè non partecipare attivamente al processo evolutivo?”

 

Programmi di sviluppo per il 2019? Una attività federale iniziando con le giovanili, creare una casa per le Volpi Rosse? Cosa bolle in pentola?

“Una casa per le volpi è una priorità assoluta per ogni progetto, ma a Roma è molto difficile trovare degli spazi.

Intanto, abbiamo cominciato a far giocare con una versione semplificata del baseball dei bambini di una scuola media, e si divertono molto. Speriamo sia una base per qualcosa di più.

Vorremmo anche far partire un’Accademia di softball per adulti, c’è un bacino enorme di persone che hanno avuto il desiderio di giocare e non lo hanno mai realizzato. C’è tanto entusiasmo, da riscoprire ed incanalare.

Appassionare un adulto è il nostro modo di allargare il bacino di utenza di bambini che un giorno crescereanno con una mazza ed un guantone in casa. Credo sia più facile così, che il contrario”.

 

Quali campi utilizzate a Roma, avete pensato di organizzare un campionato cittadino, viste le diverse comunità straniere presenti a Roma, e che contano diversi appassionati di baseball?

“A Roma c’è un problema enorme di campi. La situazione è andata sempre peggiorando ed ora ci si prepara ad un ulteriore diminuzione:
Noi giochiamo all’Acquacetosa ed è ormai confermato che il campo B presto non esisterà più, per far spazio ad un palazzetto.

Sarà una perdita enorme per la città e lascerà un vuoto incolmabile. Nei mesi invernali ci alleniamo invece in un circolo di Tor di Quinto, dove abbiamo trovato un ambiente molto propositivo verso gli sport alternativi.

Io credo molto nei campi polivalenti e penso che un campo da calcio in erba sintetica, possa andare benissimo per la pratica del nostro sport.

Si rinuncia ad alcune cose ovvie, tutta la poesia del diamante ecc, ma nella situazione attuale del nostro sport credo che dovremmo essere concreti e realistici nelle aspettative.
Dubito che vedremo un proliferare di diamanti in città. Siamo in contatto con diverse comunità straniere in città, domenicani, filippini, venezuelani ed anche seminaristi americani.

Gli immigrati di seconda generazione sono una grandissima risorsa per questo sport (ed allargherei il concetto pure al cricket). Ci sono mondi paralleli di campionati e partite giocate ovunque, bisogna solo avere occhi per vederle.

Abbiamo creato la Wild Pitch League, che è un mini torneo a 4 che si svolge in un giorno, formula semplice, che tende ad eliminare più paletti possibile. Ne abbiamo già disputate 10 edizioni, coinvolgendo squadre di Lazio, Campania, Umbria e Toscana e creando un link stabile con la comunità filippina”.

 

Un aneddoto, curiosità o un fatto particolare in tutti questi tornei che avete partecipato?

“Nella nostra squadra gioca l’Ambasciatore della Nuova Zelanda, ormai purtroppo a fine mandato. Non ha mai mancato un torneo della squadra in giro per l’italia in questi 4 anni.

Un senso di appartenenza incredibile, specialmente considerando la tipologia di lavoro che svolge.

Spesso partiva per Bologna o Castelfranco o altre destinazioni lontane, all’alba della mattina stessa del sabato per venire insieme ad un altro lanciatore filippino, che invece lavora la notte nei supermercati e dormiva in macchina per riposarsi, mentre lui guidava. Arrivavano già in divisa, direttamente per la prima partita del weekend. Ecco, questi sono i Red Foxes”.

 

La parte di intervista di PIETRO STRIANO

 

Allora Davide, io invece parto parlando della parte extra sportiva. Cosa è il baseball o il softball per te? In generale, se tu dovessi spiegarlo così, in due minuti ad uno che non ne sa niente per convincerlo a venire a vedere una gara?

“Per me è un sogno che si realizza, non ho mai capito perchè io e mio fratello giocavamo a baseball più volentieri che a calcio da bambini.

Quando vinciamo un torneo o una partita importante, è sempre la prima persona che cerco in campo e vado ad abbracciare. Anche nostro padre segue stabilmente la squadra, in qualità di fotografo.

E’ un modo di stare insieme, alla nostra età è un privilegio avere un interesse così forte in comune e guardando indietro a questi anni dei Red Foxes abbiamo avuto moltissime soddisfazioni.

A chi non ne sa niente, cercherei i spiegare almeno le due fasi di gioco attacco e difesa e farlo sentire partecipe durante i tanti tempi morti, rendendoli vivi. Ma, soprattutto, lo inviterei a passare una giornata e non vedere una partita. E’ un approccio completamente diverso e a chi è abituato ai ritmi serrati del calcio, può creare frustrazione e noia”.

 

Ho visto che la vostra pagina twitter è ben curata, con un logo bellissimo ed anche il nome della volpe invece del classico lupo (solitamente associato a Roma) è un’ottima idea. Quanto oggi il baseball ha bisogno della rete?

“Grazie per i complimenti, ci teniamo molto alla cura dell’immagine. Il logo è stato disegnato da Valentina Brancati, una nostra ex giocatrice, bravissima disegnatrice di fumetti.

Ho lavorato anni fa con una professoressa americana che si occupava di marketing sportivo, mi ha aperto dei mondi interessantissimi. I social sono una scienza, basta applicare alcuni principi ed i risultati arrivano. Non c’è niente da inventarsi, se non la creatività estetica.

In Italia siamo all’età giurassica da questo punto di vista: siti infruibili, uso dei social molto molto amatoriale.
L’uso dei nickname, dei colori sportivi, la scelta delle foto da postare, sono fondamentali per una società. Quando ne parlo, vedo gente sbalordirsi, ed invece parliamo di  cose veramente elementari.

Permettetemi un esempio banalissimo:

Una cosa è dire venite a vedere la partita “Lavastiro Mimmo e Luciana” vs “Macelleria da Bruno”, un’altra invitare alla partita dei Falcons o dei Dragons o altro.

Lo sponsor che da il nome alla squadra è un concetto preistorico, che ammazza merchandising e crea distanza col pubblico.

Il nostro sport ha una forza “estetica” iconografica enorme, dal vestiario alle immagini (che possono essere molto spettacolari), dagli strumenti di gioco (mazza, palla, guantone) ai loghi ed i nickname.

Non si può sprecare questo patrimonio in una maniera così superficiale: la rete è fondamentale per qualsiasi attività, tanto più per uno sport così che ha pochissima visibilità. Non c’è niente di peggio dell’uso dei social da parte di chi ha familiarità con un altro linguaggio. Ciò che non si trova in 3 click, non esiste”.

 

Il baseball è uno sport storicamente e culturalmente legato agli Stati Uniti, non è un nostro fenomeno culturale, come dobbiamo proporlo alla gente? Mi viene in mente il fenomeno Savannah Bananas (squadra in una lega college americana) che sta letteralmente rioluzionando l’idea di promozione.

“Il progetto dei Bananas è interessantissimo, partendo già dal gioco di parole Go Bananas. In italia manca completamente questa cosa, si oscilla dalla goliardia fine a sè stessa di alcuni tornei, alla seriosità delle partite più importanti.

Non si da importanza a quest’aspetto, che ha delle potenzialità enormi inesplorate.Lo scorso anno sono stato a vedere la partita di semifinale del Nettuno allo Steno: al di là dell’esito sportivo, sarebbe potuta essere una festa, invece era una desolazione unica.

Le persone vanno entusiasmate e bisogna “saper vendere” il prodotto.

Nel nostro piccolo cerchiamo di offrire ad i nostri tesserati l’esperienza di vivere un sogno: siamo una squadra amatoriale, ma abbiamo una prima maglia, una da trasferta, una da allenamento, soprattutto un senso di identità e di voglia di fare “sport”, in modo sano. Siamo serissimi nell’organizzazione, ma col sorriso: serio non vuol dire triste. A volte riceviamo critiche da squadra amatoriali perchè troppo seri e dal mondo agonistico perchè amatoriali.

Questi due mondi dovrebbero cominciare a parlarsi e conoscersi, da entrambe le parti ci sono molto pregiudizi reciproci. Ma se il mondo agonistico è senz’altro in crisi, il mondo amatoriale è vivo e vegeto, con tante declinazioni e sfumature del concetto “amatoriale”: noi siamo una di esse.

Quando siamo in campo cerchiamo di competere al meglio, ma i nostri allenatori hanno condiviso un codice etico per cui chi discute sopra le righe con arbitro o avversari viene immediatamente sostituito.

Al nostro livello non è accettabile una questione per una chiamata, chi sa giocare non sta attaccato al singolo strike e chi non sa giocare, dovrebbe pensare ad imparare prima di discutere. Questa è parte della nostra idea di vivere lo sport”.

 

Avete mai pensato di mettere l’organista o di organizzare una serata a tema? Con qualche premio?

“E’ molto macchinoso per noi organizzare partite in casa, il campo che utilizziamo è spesso occupato per partite federali: giochiamo quasi sempre in trasferta e viaggiamo in tutta italia. Credo che siamo la squadra che fa più kilometri l’anno solo per la passione di giocare.

Quando abbiamo potuto, ci siamo organizzati per mettere musica negli stacchi di gioco o per l’entrata in campo delle squadre ed abbiamo fatto anche un accordo con una scuola di cheerleaders (ragazze e bambine), per coinvolgere il pubblico. E’ fondamentale che chiunque sia coinvolto.

Il nostro sport ha il limite di non essere deduttivo per uno che non ne sa nulla Guardarlo, senza avere un minimo di senso dello svolgimento del gioco, può essere alienante.

Per questo motivo, cerchiamo di coinvolgere le famiglie che assistono alle nostre partite, dedicandogli sempre qualcuno della squadra a spiegare almeno le regole base, in modo che possano calarsi un pò in ciò che vedono.

Inoltre organizziamo serate per vedere tutti insieme partite di MLB e, durante i mesi invernali, partite storiche. C’è un ragazzo che si occupa della scelta, introducendo la partita e spiegandone i motivi di interesse. In questo modo abbiamo visto la Big Red Machine di Pete Rose o gli Yankees di Mantle, ecc”.

Attività per i bambini durante le gare ne fate?

“Abbiamo cercato di coinvolgere i bambini ogni volta che abbiamo potuto, portando materiale tecnico adatto a loro e dedicandogli una persona per farli giocare a bordo campo, durante le partite. In alcune occasioni, al parco Aniene, abbiamo giocato a wiffleball con i figli di alcuni nostri giocatori.

E’ importantissimo creare familiarità con questo sport, con tutte le varianti possibili.  Grazie a tutti per l’opportunità di questa intervista”.

Di seguito il link alla pagina TWITTER e alla pagina FACEBOOK dei Red Foxes Roma

Qui invece il link al Gruppo CASABASE 

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Massimo Moretti

Nato nel 1973....aspettando 17 anni lo scudetto. Semplice appassionato di baseball come tutti quelli che vivono nella città del Tridente. Ottima prima base nei tempi (mio giudizio) protagonista assoluto in una partita con la maglia dei Ragazzi del Nettuno B.C. contro gli americani della base Nato di Napoli (ho le prove ed i testimoni). Vanto una presenza al piatto con la maglia del Baseball Club Rovigo in serie C nono inning uomo in base sotto 3 a 1 in quel di Poviglio strike out senza gloria. Ho provato la scalata nelle Minors come da foto profilo ma senza successo. Più che un esperto sono un fanatico.