Dopo il ritiro dal baseball giocato Giuseppe Mazzanti ci racconta la sua carriera.

Pubblicato il Dic 14 2021 - 11:17am by Massimo Di Cesare

Allora Giuseppe, diciamo subito che io e tanti altri appassionati di baseball ti avremmo voluto vedere in campo per un altro paio di anni almeno, ma ovviamente rispettiamo la tua scelta.

Prima volevo chiederti com’è nata la decisione di smettere col baseball giocato e se pensi di continuare in un altro ruolo.

Vorrei iniziare ringraziando veramente di cuore a tutti per l’affetto dimostrato nei miei confronti non solo sui social. Io mi sono sempre ripromesso ad inizio carriera che avrei smesso di giocatore quando sarei stato ancora al top della forma e poi è una sensazione che ti senti dentro non puoi fare dei programmi per quando appenderai il guanto al chiodo.

Forse il motivo di questa decisione è stato anche il baseball giocato di oggi, se dovessi fare un paragone ai campionati di 3 o 4 anni fa direi che il baseball è cambiato un modo radicale, il livello soprattutto si è abbassato notevolmente, ricordo gli scontri con Bologna, Grosseto, Parma, Rimini San Marino erano delle partite di fuoco ed adesso è impossibile che alcune di queste squadra per tutta la stagione non si incontrino tra di loro e poi come ho scritto nel post sui social è tempo di dedicare più tempo alla famiglia la quale (mi è stata sempre vicino e non smetterò mai di ringraziare) ho tolto tantissimo tempo proprio per questo sport fantastico.

Adesso vorrei starmene almeno per un anno al di fuori da tutto, anche per staccare totalmente la spina, in futuro non saprei, mi piacerebbe rimanere nel mondo del baseball vediamo cosa mi riserverà il futuro.”

La tua è stata un’avventura piuttosto lunga, iniziata nel lontano 1991, nelle giovanili hai avuto due allenatori che a Nettuno sono due vere e proprie istituzioni, ovvero Alberto “Yamanaka” Conti e Giuliano “Buchele” Salvatori, cosa ti è rimasto di quel periodo?

La mia carriera è iniziata a soli 9 anni ed il mio primo allenatore è stato Giuliano Salvatori, “Buchele” la società erano i Blue Star, lui mi disse che per la stazza che avevo potevo fare benissimo il ricevitore e cosi iniziai a fare quel ruolo ma poi avendo avuto problemi alle ginocchia non ho più potuto farlo e quindi mi spostò in terza base e da li non ho lasciato più quel ruolo. Poi sono passato al Nettuno B.C. con Alberto Conti,“Yamanaka” il quale mi ha insegnato i valori dello sport di squadra, di sacrificio di dedizione allo sport, infatti vincemmo ogni anno il titolo di Campioni d’Italia ed a soli 11 anni la mia prima chiamata in Nazionale, dove era il primo anno che l’Italia categoria ragazzi partecipava ad un mondiale che si svolse in Venezuela, una esperienza che ancora oggi ricordo benissimo, da lì iniziò anche la mia carriera con la casacca azzurra.”

A 16 anni le prime apparizioni in massima serie, in un Nettuno ricco di grandi giocatori e guidato da un mostro sacro del baseball italiano come Giampiero Faraone, come ti sei integrato in quella squadra?

Si arrivò la chiamata in prima squadra quel periodo mi allenavo sia con la mia categoria sia con la serie A, quando la società del Nettuno B.C. mi chiamò per andare a far parte di quel gruppo (fino a quel momento aveva vinto tutto parliamo degli anni 90) a me non pareva vero, pensai vado allo Steno Borghese con quella squadra che fin da bambino vedevo solo dalle tribune dello stadio, è come se ad un giocatore di triplo o doppio A gli dicono “ guarda da domani vai in Major League”, vado in mezzo a dei campioni che hanno fatto la storia del baseball nettunese ed italiano.

Quell’anno per me è stato fondamentale perché cercavo sempre di apprendere da ognuno di quei giocatori (Ciaramella, Bagialemani, Ubani, Schiavetti, Masin, Barboni, D’Auria ecc…) qualcosa che mi potesse dare la spinta giusta per diventare un grande giocatore (forse ci sono riuscito ah ah ah ah). Quando entri a far parte di un gruppo ormai affermato di veterani, di campioni e tu sei soltanto un “rookie” di 16 anni il distacco lo senti ma se non hai un carattere forte e determinato non puoi andare avanti.”

Raccontaci dell’impatto che hai avuto quando sei stato chiamato negli Stati Uniti dall’organizzazione dei Seattle Mariners.

Dopo il 1999 anno della mia chiamata in seria A, andai in serie B per poter giocare maggior numero di partire e li trovai come allenatori Guglielmo Trinci e Claudio Scerrato, subito il primo anno abbiamo ottenuto la promozione in serie A2 e la stagione successiva siamo arrivati terzi dietro alle due promosse Fiorentina e Palfinger Reggio Emilia, finita la stagione mi chiamò Gary Davenport il quale era coach del Nettuno mi disse se potevamo vederci un attimo perché voleva presentarmi il padre Jim (se non vado errato all’epoca era allenatore della nazionale italiana seniores) voleva scambiare due chiacchiere con me, andai con mio padre a sentire, lui mi propose un contratto professionistico con i San Francisco Giants.

Il contratto doveva arrivare dall’America ed io aspettai impaziente per alcune settimane, poi dovetti partire con la nazionale under 18 per gli Europei (vinti a Barcellona), mi ricordo la mia prima partita feci 3 valide di cui un fuoricampo, non sapevo che sugli spalti c’era Mazzotti (scout europeo dei Seattle) con il capo scout a vedere la partita, cosi terminata la gara scesero dentro al campo e si presentarono come scout dei Mariners.

Dopo una piccola introduzione mi dissero: “mettiti in terza funghiamo un po’ di palle e tiri in prima” e cosi ho fatto, ero talmente eccitato che prendevo quelle palle come se fossero gli ultimi out di un campionato del mondo e le tirai in prima base come se non c’era un domani, ma non soddisfatti mi fecero fare anche una quindicina di lanci in bullpen, finito mi chiesero: “non ti piace lanciare?” io risposi “ no, a me piace battere”, mi diedero appuntamento al loro hotel di Barcellona la sera stessa, io ancora minorenne dovettero firmare anche i miei genitori che per casualità erano venuti in Spagna a vedere le partite.

Al quel punto firmai con i Seattle, mi offrirono la stessa cifra che offriva San Francisco, cosi mi convinsero a giocare con i Mariners anche sapendo che c’era un contratto che stava viaggiano oltre oceano dei Giants ma tardava ad arrivare e questi treni passano solo una volta, forse tornando indietro non avrei firmato il contratto, avrei aspettato Jim e Gary i quali avevano puntato per primi su di me, infatti quando tornai a casa dalla nazionale arrivò il contratto dei Giants e qual punto feci le mie scuse nei confronti della famiglia Davenport, Gary mi disse da gran signore “l’importante che avuto la possibilità con chi non importa di provare questa esperienza nel professionismo”. Peccato durò soltanto un anno.”

Tornato in Italia, hai rimesso la casacca di un Nettuno che ha lottato ai vertici senza però avere la gioia della vittoria finale, hai qualche rimpianto, se si, perché?

Tornato dagli States nel 2003 ero in prima squadra a Nettuno, per me iniziò un momento magico e forse la mia esplosione da giocatore, nello stesso anno arrivò la chiamata in nazionale seniores e con la maglia del Nettuno arrivando sempre ai play off, poi finalmente le due finali consecutive 2007-2008 perse purtroppo alla partita decisiva ma cominciarono ad arrivare anche alcuni trofei, come la Coppa Campioni vinta per due anni di seguito 2008-2009, più in la Coppa Italia, ma l’unica cosa che non sono riuscito a vincere nella mia città è un campionato italiano, mi sarebbe piaciuto tantissimo, visto che qui a Nettuno si vive di questo sport quindi immagino che festa sarebbe stata dopo la vittoria di uno scudetto, ricordo negli anni novanta ero solo un bambino dopo la vittoria per strade non si poteva passare per quanta gente c’era come se l’Italia calcio avesse vinto un mondiale, sarebbe stata la ciliegina sulla torta a questa mia splendida carriera.”

Terminata l’era Danesi, hai avuto due esperienze vincenti lontano da Nettuno, Rimini e Bologna, com’è andata e come è stato giocare la prima volta a Nettuno con una casacca diversa.

Purtroppo per problemi societari nel 2014 e 2015 lasciai Nettuno per approdare a Rimini, sono stati due anni di sacrifici facendo il pendolare ma ne sono valsi la pena e per questo vorrei ringraziare e ricordare il presidente Rino Zangheri il quale mi accolto come se fossi un figlio ed i tifosi che ancora ad oggi stiamo in contatto perché mi hanno fatto sentire come a casa.

Il primo anno vittoria della Coppa Italia ed il secondo finalmente il mio primo scudetto. Giocare fuori Nettuno non è stato facile anzi avrei immaginato fin da bambino di poter indossare solo ed esclusivamente la casacca del Nettuno, ma non sai mai cosa ti riserva il destino. L’altra parentesi fuori da Nettuno nel 2018 a Bologna, stagione indimenticabile, con solo una partita persa nella regular season, forse una delle squadre più forti dove abbia mai giocato anche li arrivò lo scudetto, mi accolsero benissimo sia i tifosi che la società e non smetterò mai di ringraziarli per avermi messo in condizione di disputare la mia miglior stagione della carriera. Diciamo che mi sono fatto voler bene anche fuori dalla mia città ah ah ah ah.”

Nella tua carriera hai subito due infortuni piuttosto importanti, uno dei quali ti ha fatto saltare il Mondiale 2009 in casa, cosa ti è rimasto di quelle tristi esperienze?

Nel corso della carriera ci sono anche degli ostacoli che purtroppo fanno parte dello sport si chiamano infortuni, il primo è avvenuto nel 2009 uno strappo muscolare al bicipite femorale abbastanza importante da tenermi lontano per ben 4 mesi fuori dal campo e proprio quel periodo si svolsero i campionati mondiali in Italia.

Purtroppo non riuscii a recuperare in tempo e quindi non ho potuto giocare con la maglia azzurra davanti al mio pubblico è stato un enorme dispiacere, venivo da una decina di anni che non mi fermavo neanche dopo terminata la stagione, mi allenavo continuamente senza interruzione, avevo portato il mio fisico all’estremità e forse proprio per quella ragione mi sono infortunato.

L’altro lo ho avuto alla schiena molto serio anche li qualche mese per recuperare, ricordo che andavo a Roma a fare le terapie due volte a settimana e dallo osteopata, è stato forse il periodo più brutto della mia carriera sportiva ma anche nella vita quotidiana perché non riuscivo a fare le cose che normalmente si potevano fare, ma essendo un tipo determinato e sapendo che nel 2010 doveva essere l’anno del mio riscatto, mi sono rialzato e rimesso in forma fisicamente, infatti l’anno seguente vinsi l’Europeo con la maglia azzurra vincendo anche il premio di MVP. “

Gli ultimi anni li conosciamo, il ritorno a casa col Nettuno City con una bella stagione conclusasi in semifinale, poi le ultime due stagioni con il passaggio al Nettuno 45, prima in A2 vinta a mani basse e poi in A1.

Dopo la parentesi Rimini tornai a Nettuno, in quei due anni 2016-2017 arrivammo in semifinale con due giornate di anticipo purtroppo in tutti e due gli anni non arrivammo in finale, ma sono stati per la Città e la società anni di rinascita.

Nel 2019 ancora Nettuno City allestendo una squadra fortissima ma purtroppo anche li finita in semifinale contro il San Marino.

Nel 2020 arrivò il passaggio al Nettuno 1945 in serie A2 dove accettai di giocare per poter riportare fin da subito il Nettuno nella massima serie dopo la rinuncia al campionato del City, ci fu subito la promozione in serie A1 con 0 sconfitte fino ad arrivare a quest’anno, dove credevo fortemente in questa squadra o per lo meno di arrivare a disputare la finale ma non è stato cosi purtroppo.”

Terza base o prima base e perché?

Il ruolo di terza base come ho spiegato prima me l’ho affidò Buchele, forse perché avevo una buona mano ed un braccio ed è un ruolo di reattività che non richiede velocità nelle gambe e vista la mia stazza forse era in più adatto a me, il prima base non è tanto differente dal terza base si assomigliano molto come ruoli se dovessi scegliere direi TERZA BASE perché li ho passato gli anni più belli della mia carriera ed è il ruolo che mi porto dietro fin da bambino.”

Hai vinto l’European CUP 2008 e 2009 con il Nettuno, a quale delle due sei più legato?

Nelle due Coppe dei Campioni vinte con il Nettuno sono state entrambi straordinarie ma dovessi dire a quale sono più legato sicuramente quella del 2008, stavamo giocando la semifinale contro la squadra Olandese e perdevamo all’ottavo inning 4 a 3, avevo uomo in prima e seconda con due out ed avevano appena cambiato il lanciatore e con due strike feci il fuoricampo da 3 punti del sorpasso poi la partita finì cosi 6 a 4 per noi. Giorno dopo finale contro Bologna vincemmo una a zero ed io segnai l’unico punto della partita su una battuta valida di Manuel Gasparri.”

L’eterna sfida tra Italia e Olanda, tra Nazionale e Club, qual è stata la partita più avvincente che hai giocato?

In nazionale ce ne sono state tante di battaglie tra noi e Olanda, due nazionali che si equivalgono molto, non posso mai dimenticare l’anno della vittoria del Campionato Europeo 2010, quando incontrammo gli Orange prima in una partita che serviva solo per decretare chi fosse la squadra di casa in finale, vincemmo 11 a 1 e loro erano molto rilassati e tranquilli, come per farci capire tanto domani è quella che conta, cosi arrivò il giorno della finale e anche li vincemmo per 8 a 4, in quell’Europeo vinsi l’MVP del torneo.”

Che rapporto hai avuto con la Nazionale?

Il mio rapporto con la Nazionale inizia nel 2003 esordio mondiale a Cuba, ho avuto un ottimo rapporto con la Nazionale e con i giocatori, fino ad arrivare agli anni più recenti dove non ho alcune volte potuto partecipare a tutte le competizioni avendo iniziato a lavorare mi restava difficile.

Magari quando c’erano 2 competizioni nello stesso anno prendere le ferie per entrambi era impossibile, poi c’è stata una parentesi durata 4 anni non capisco ancora ad oggi le motivazioni, forse qualche incomprensione mai chiarita con l’allenatore di all’ora Marco Mazzieri. La mia ultima partita in azzurro alle Qualificazioni Olimpiche del 2019, anche se speravo tantissimo di poter fare le Olimpiadi di Tokio.”

Il World Baseball Classic, cosa significa affrontare giocatori di MLB, NPB o altre nazioni dove c’è il professionismo?

La competizione più importante che ho disputato è sicuramente il World Baseball Classic nel 2009, è una esperienze indelebili se dovessi raccontarla ad oggi dopo 12 anni ricorderei per filo e per segno tutto quello che ho vissuto, come per esempio, il primo giorno arrivati a Toronto avevano organizzato un allenamento e prima di noi c’era il Venezuela che stava facendo BP, io sono uscito 40 minuti prima dell’appuntamento con la squadra e mi misi all’esterno sinistro dove c’era un cancello aperto a vedere come si allenavano.

Ad un certo punto si avvicinò l’esterno sinistro Magglio Ordonez e scambiammo due chiacchiere e non mi sembrava vero, era un sogno che stavo vivendo, il giorno dopo l’esordio contro il Venezuela e giocare con quei mostri sacri credetemi ti senti piccolo, all’inizio sentivo l’emozione che prendeva il sopravvento infatti mi arrivò nei primi inning una palla e feci errore, ma poi ho detto azzeriamo tutto e sono riuscito a trasformare quella emozione in positività e adrenalina e non a caso battei un doppio contro la parete all’ultima partita a Francisco Rodriguez (record di salvezze l’anno precedente in MLB) e finii il torneo con media stratosferica di 380 dietro solo a De Norfia. Ho vissuto anche se solo per 5 giorni il vero professionismo e non mi dispiaceva affatto.”

Olimpiadi 2004, cosa significa per un atleta partecipare alle Olimpiadi?

Le Olimpiadi penso che siano il sogno di tutti i sportivi al mondo e aver avuto la possibilità di disputarle è stato veramente qualcosa di straordinario dalla presentazione al villaggio olimpico, al quartiere italiano dove ci sono tutti i campioni delle varie discipline. A livello di sport il baseball ad Atene non era tanto seguito non si sentiva tanto come genere sportivo. La cosa più emozionante è quado andavi in mensa a mangiare (aperta 24h c’erano tutti i tipi di cucina) e capitava che mangiavi insieme a dei campioni che fino al quel momento potevi vederli solo in Tv, a me è capitato di mangiare insieme al tennista australiano Philippoussis, una delle esperienze più belle insieme al Classic.

Vorrei chiudere con un grazie veramente a tutti.”

Siamo giunti alla conclusione, penso di poter parlare a nome di tutti gli appassionati di baseball e ringraziare Giuseppe Mazzanti per quanto di bello ci ha fatto vedere e per le emozioni che ci ha regalato.

2 Commenti Unisciti anche tu alla conversazione!

  1. spinelli 14 Dicembre 2021 at 23:40 -

    un signore in campo e fuori è un grande uomo di baseball e di professionalità è stato un piacere conoscerlo è un sogno tifare per lui visto che tifavo rimini con il cuore ma avevo sempre dentro nettuno , sperando che possa insegnare il baseball ai giovani e il suo modo di viverlo ,,, lo chef

  2. Sergio 15 Dicembre 2021 at 14:31 -

    Mamma mia Beppe che uomo e che giocatore prima ammirato come avversario poi amato quando approdò a Rimini. Il rammarico del suo addio è doppio perchè eri l’ultimo baluardo del baseball che ho amato, di quel baseball che contava ora rimane tutta “fuffa ” Sei e sarai sempre nel cuore di tutti gli appassionati di questo bellissimo sport e ancora di più per noi Riminesi