YU e gli altri…

Pubblicato il Lug 22 2019 - 11:58pm by Allegra Giuffredi

Yu Darvish

Yu Darvish (1986) gioca da lanciatore nei Chicago Cubs e quando è arrivato nel 2018, nella compagine dell’Illinois tutti noi tifosi, eravamo molto contenti, perché immaginavamo di aver fatto il “colpaccio”.

Darvish infatti era stato a lungo conteso nella campagna acquisti del 2018 e quando è finalmente approdato a Chicago in molti abbiamo stappato lo champagne, ma fin dall’inizio della scorsa  Stagione il rendimento del Nostro non è stato quello sperato e quel faccino nato dall’unione di un iraniano con una giapponese, ha cominciato a somigliare sempre più ad un ghigno sofferente.

La stagione 2018 è stata poi chiusa malamente dai Cubs contro Denver e così si è passati al 2019, perché la cosa bella è che c’è sempre un’altra partita, c’è sempre una rivincita e c’è sempre un altro Campionato da giocare. Oltretutto poi la ricostruzione di un Campione, la sua rinascita personale e sportiva, fa molto USA ed è molto americano, perché risalire in groppa al cavallo quando si cade, non arrendersi mai e puntare sempre e comunque alla vittoria è molto, ma molto statunitense.

E vome da copione quest’anno Yu Darvish è tornato se stesso e sta lanciando per bene, dando ai Cubs quell’apporto che li vedono primi nel loro girone della National, anche senza fare meraviglie. Non so quanto i Cubs andranno avanti nel 2019, ma per ora si difendono, anche, perché se Darvish è tornato ad essere un buon partente, i Cubs, come closer, da un po’ di tempo hanno assoldato tale Craig Kimbrel (1988).

Kimbrel è sicuramente un valido giocatore, proveniente da Boston, ma la sua caratteristica, l’unica che lo rende davvero particolare e che sicuramente lo stesso ha introdotto per distinguersi è la “stance” che assume prima di lanciare.

Kimbrel, prima di ogni lancio, si abbassa, chinandosi in avanti ed allarga le braccia all’altezza delle spalle, portando i gomiti al pari delle orecchie e le braccia a penzoloni; mantiene questa posizione per circa cinque secondi, per poi ricomporsi e lanciare con decisione.

Questa posa è assolutamente inutile all’apparenza, ma evidentemente a Kimbrel serve per concentrarsi e per “ipnotizzare” il giocatore in battuta, che quando si vede questo “uccellaccio” del malaugurio davanti, sicuramente non sa se ridere o piangere e difficilmente sa restare freddo e lucido.

C’è chi tira su la gamba, c’è chi fa un saltino e c’è chi assume ‘sta posa ipnotica e poi c’è chi canta il Seven Inning Stretch, come Ryan Dempster (1977) che spesso compare in sala stampa al Wrigley Field per commentare la partita e appunto per cantare la canzone che separa la parte alta da quella bassa del settimo inning.

Di Dempster ricordo soprattutto un episodio, ossia quando diede il “bentornato” ad Alex Rodriguez (1975) in un incontro tra gli Yankees e i Red Sox di Boston, che come noto sono acerrimi rivali. Rodriguez tornava a giocare con gli Yankees dopo una squalifica e Dempster che all’epoca lanciava per i Red Sox, lo salutò, per dir così, colpendolo per ben due volte, suscitando la rabbia inconsulta di Girardi, allora Manager degli Yankees, i mugugni di Rodriguez che peraltro ed ovviamente si aspettava quel battesimo e una mega rissa, che anch’essa fa parte del gioco.

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Allegra Giuffredi

Nata a Parma quarantaquattro anni fa e bolognese d’adozione da più di venti, è laureata in Scienze Politiche e lavora come funzionario pubblico. Appassionata di baseball, segue la Fortitudo da una decina d’anni e da sette scrive su “Fuoricampo”, ossia sul notiziario della Fortitudo Baseball, articoli di costume su tutto ciò che contorna il mondo del “batti e corri”. Segue anche la MLB e in special modo la squadra dei Chicago Cubs, sulla quale spesso si intrattiene con aneddoti ed altre amenità.