Terza parte: riprendiamo un percorso interrotto trent’anni fa e il baseball tornerà a volare

Pubblicato il Ago 7 2014 - 8:55pm by Ezio Cardea

Castagnini  nel suo secondo intervento punta il dito sui tempi morti ed evidenzia tutti quei comportamenti di giocatori, manager ed arbitri che certo non giovano allo spettacolo.

 

Ad ogni lancio c’è l’immancabile uscita dal box del battitore che si toglie e si rimette il guantino (il cui uso ha senso in U.S. dove si giocano oltre  cento partite all’anno, ma da noi … i calli alle mani non vengono certo!), deve fare due o tre sventolate, deve attendere che il suggeritore di terza finisca tutti gli scimmiottamenti per mascherare il “segnale” … poi c’è il plateale rientro nel box fatto con la prudenza di chi entra in un campo minato: prima un piede, che sonda il terreno per vedere dove fanno più presa gli spykes  mentre un braccio alzato con la mano aperta intima: “ fermi, che  ancora non ho terminato di mettermi in posizione”;   quindi finalmente anche l’altro piede si colloca  nel box.  Il resto della perdita di tempo è appannaggio di non pochi  lanciatori con l’abitudine di allegre passeggiate intorno alla pedana: uso molto diffuso nel softball, dove è servito a poco circoscrivere la zona con un cerchio che non dovrebbe, ma è costantemente valicato nell’assoluta indifferenza dei giudici di gara.

 

Ma aggiungerei  altre due circostanze: scivolata sulle basi e cambio del lanciatore. Quanto alle scivolate succede ciò che non avveniva nemmeno quando non esistevano i campi da baseball e si giocava su terreni inadatti (erbosi e non sterrati),  duri e pericolosi.  Oggi chiunque effettui una scivolata, conquistata la base chiede tempo, regolarmente concesso, per allontanarsi dalla base e scrollarsi di dosso la terra, fare qualche contorcimento mentre accorrono  solerti  massaggiatore e coach, invocare acqua fresca perché correndo 27 metri, poverino,  si è disidratato … poi, con la compiacenza arbitrale, si riaccomoda sulla base conquistata con tanta fatica!

 

Mentre per limitare le  suddette perdite di tempo basta richiamare gli arbitri ad un maggior rigore,  per quanto riguarda la sostituzione dei lanciatori abolirei, per  chi subentra, i lanci di “riscaldamento” o di     “ambientamento” salvo che la sostituzione avvenga non per ragioni tecniche né strategiche ma per infortunio o espulsione.

 

Tuttavia, sebbene sia auspicabile che si ponga un argine ai comportamenti descritti, non è certo riducendo i tempi morti che si possa pensare di poter rilanciare il baseball. Ci vuole ben altro.

 

Bisogna ricordarsi del saggio suggerimento del richiamato commentatore degli articoli di Castagnini:    “il baseball come ogni sport deve poter diventare una “passione”, e il baseball ha le carte in regola per questo… bisogna riuscire a farlo entrare nel cuore della gente che deve cominciare a capirlo e ad appassionarsi.”

Come fare?

E’ necessario prima di tutto uscire dalla logica dello “spettacolo” che ha creato due mondi completamente e ingiustamente diversi, uno dei quali non ha altra aspettativa che vedere i propri “prospetti” migrare verso quella piccolissima élite (per nulla nobile) chiamata IBL.  Quale propulsione possono dare al baseball i dirigenti che non hanno altre prospettive se non quella di perdere i propri migliori elementi? Guadagnare sulle loro cessioni?  Assisteremmo ad un cambiamento della qualità di tali dirigenti che da “appassionati” allo sport  si trasformerebbero in “interessati” al denaro. Ma, lo sappiamo, in tal modo col baseball in Italia non si diventerebbe certo ricchi.  Pertanto si otterrebbe solo un calo di passione sportiva con tutte le ovvie negative conseguenze.

Pare evidente che si debbano ripristinare le “promozioni e le retrocessioni” tra le prime due serie. La loro abolizione può avere un senso in uno sport ormai affermato e quindi alla fine del processo di sviluppo. Il baseball non è certo in questa condizione.

Però abbiamo visto i disastri nei passaggi dalla seconda alla prima serie. Pertanto è necessario modificare il massimo campionato, non certo nel senso di abbassare il livello di quest’ultimo, ma di creare le condizioni  perché quei disastri  non abbiano più a verificarsi.

Non lasciamoci ottundere il cervello dai ritornelli che si ripetono automaticamente, senza un minimo di ragionamento, del tipo  “non è questione di formule” oppure “non ci sono formule magiche”.

Sono perfettamente d’accordo che non ci sono formule “magiche”, ma sono altrettanto convinto che esistano formule “logiche” ed è ad esse che faccio ricorso: formule basate su dati di fatto difficilmente contestabili. E’ ciò che ho inteso dimostrare anche attraverso un altro articolo “Lo Spread e i Campionati” nel gennaio del 2013  nel quale indico i motivi  dell’impostazione da me suggerita.

Perdonate il continuo ricorso a citazione di miei scritti, ma si tratta di argomenti da me ampiamente trattati con un certo anticipo e che, con mia grande soddisfazione, hanno ottenuto particolare apprezzamento,  in particolare da parte della Redazione di Baseballsoftballtriestino:  un sito, guarda caso, di quella Regione piena di iniziative della quale fa parte la New Black Panthers che ha confermato, con un gesto nobile e responsabile, il primato degli atleti cresciuti all’interno della società.

Per  eliminare lo spread tecnico, ma anche per allargare su un territorio più ampio il fascio di luce di cui solo la prima serie fruisce, è necessario che ad essa partecipi un numero molto maggiore di squadre. Ma a questo punto sorge un altro handicap: l’insostenibile “spread” tecnico tra le squadre più forti e le più deboli.  Ergo,  bisogna creare correttivi ricorrendo ad una diversa impostazione del campionato rispetto a quegli sport più sviluppati, come il calcio, che possono disputarlo a girone unico essendo molte le squadre di pari valore.

La formula da me suggerita nel richiamato articolo, che non è  “magica” ma  “logica”,  consente di ridurre il gap tecnico tra le prime due serie consentendo, quindi, il ripristino di promozioni/retrocessioni: queste, pertanto, avverrebbero senza le drammatiche conclusioni cui abbiamo assistito, molti ambienti e molte aspirazioni si rivitalizzerebbero  e riemergerebbe il tifo che ormai pare abbia abbandonato quasi tutti gli spalti.

Tifo: ecco la parola magica, quella che più del livello può attirare e avvincere un pubblico sempre più numeroso e fedele.

Ora il tifo, salvo rare eccezioni, non esiste più perché il tifoso deve poter  sperare che la propria squadra avanzi e deve aver paura che retroceda. Il vero tifoso è costituzionalmente contrario alla barriera creata con l’emarginazione del campionato di punta.

Purtroppo, invece, la partecipazione a tale campionato ormai non è affidata ad una conquista agonisticamente fatta sul campo da gioco, ma all’aggancio di uno sponsor talmente forte da poter  consentire la sostituzione di quasi tutto l’organico di atleti. Molte Società dirette da persone sagge e veramente sportive hanno rinunciato a partecipare ad IBL per salvaguardare il proprio parco giocatori: cito, ma non è l’unico Club, i New Black Panthers che hanno rinunciato ad IBL, nonostante non abbiano per nulla sfigurato in detta divisione, per poter continuare il cammino con tutti i propri giocatori. Ma trovo ingiusto non poter dare a quegli atleti  (non per colpa dei loro dirigenti ma dell’attuale impostazione dei campionati) l’opportunità di ulteriore crescita e la soddisfazione di partecipare al massimo campionato, cosa possibile con la formula “logica” da me prospettata. A loro, comunque,  ai loro dirigenti e a quelli di molte altre società che hanno optato per questo orientamento altamente sportivo, esprimo tutta la mia simpatia e mi auguro che un giorno una Federazione meno cieca possa dare loro l’opportunità di realizzare il sogno di qualunque atleta: quello di giocare nella massima serie, senza dover abbandonare la propria squadra ma assieme ad essa ed ai  suoi dirigenti.

Dobbiamo finirla di costringere gli atleti a migrare verso le solite quattro, cinque squadre:  dobbiamo invertire tale tendenza per  ottenere che sia il baseball ad allargarsi per abbracciare e premiare quegli atleti meritevoli, nelle loro sedi, nelle loro città, davanti al loro pubblico, ai loro amici.

Allargando, rientrerebbero nella grande vetrina Roma, Milano e Torino e con loro sarà più facile riconquistare maggiori spazi sugli importanti quotidiani sportivi che hanno sede in quelle città: la loro tiratura nazionale trascinerebbe il baseball fuori dall’ambito ristretto in cui ora si agita, glorificato solo dai media locali e dai siti societari …

Insomma si innescherebbe un circolo “vizioso” ma “positivo” a gran vantaggio di tutto il movimento.

Solo in questo modo e non esasperando il mito del livello, che può interessare la schiera veramente piccola di chi se ne intende o crede di intendersene (ma non degli appassionati ovvero dei tifosi, attratti da altre motivazioni), si può sperare che il “movimento riprenda il cammino di sviluppo su tutto il territorio e quindi di crescita reale, senza “scorciatoie”. Solo in questo modo si può sperare che possa ricominciare  quel cammino,  interrotto da troppo tempo, che riesce a superare tutti gli ostacoli perché accompagnato e sorretto dalla passione vera e dalla voglia di conquistare il palco del campionato di punta per meriti sportivi e non per merito di sponsor facoltosi.

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Ezio Cardea

Nato a Milano il 9/12/1936, ha svolto attività come giocatore e come tecnico dal 1948 al 1980 partecipando ai campionati di prima serie dal ’55 al ’72, quasi sempre in società milanesi. Abbandonato il campo per impegni di lavoro, ha continuato a collaborare saltuariamente con società milanesi in supporto alle squadre giovanili e all'attività presso le scuole. A contato col baseball praticamente dal dopoguerra ai nostri giorni, ne conosce la sua evoluzione e ne ha evidenziato fin dal 1980 le criticità: prima fra tutte, a suo avviso, quella creatasi a causa della tendenza delle varie amministrazioni federali a potenziare il livello del campionato di punta fino a creare una frattura col resto del movimento, frattura insormontabile se non con l’'ingaggio di una forte percentuale di atleti d’oltre oceano.

4 Commenti Unisciti anche tu alla conversazione!

  1. gabri 8 agosto 2014 at 06:53 -

    Sono d accordo con lei sui tempi morti da eliminare perché ormai meno di 3 ore e mezza una partita non dura e sono d accordo anche sul fatto che se città come Roma Milano e Torino avessero squadre in ibl la cosa avrebbe risalto nazionale ma la domanda è : se in queste città non esiste uno o piu di uno appassionato di baseball che voglia portare questo meraviglioso sport in prima serie nella sua città come sarà possibile questo? Sappiamo tutti che in Italia il baseball non da NESSUN ritorno economico e chi spende pet costruire squadre lo fa perché tifoso e basta e premiare gli atleti nelle loro città significa potergli garantire per lo meno che non dovrà andare in trasferta e comprarsi guantoni mazze coi propri soldi e che un piccolo stipendio da dilettante gli venga corrisposto e per questo ci vogliono soldi . Io seguo il baseball da quando ho 8; anni da quando la squadra della mia città si chiamava Derbygum e ho avuto la fortuna di nascere dietro il campo e mi ricordo che giocavamo a baseball al parco e non a calcio c’era una passione generale in città ma ricordo anche gli anni del grande Parma che vinse tutto e che non era esattamente formato da ragazzi di parma volenterosi ma da certi campioni come Farina ,Gagliano , Guzman nel Nettuno giocava un certo Lenny Randle uno dei piu forti ex Major mai avuti in Italia . Quindi di può avere livello e numeri .io non ho formule na credo non esistano .

  2. Ezio Cardea
    Ezio Cardea 10 agosto 2014 at 16:25 -

    Caro Gabri, è incompleta la premessa secondo cui il baseball non da nessun ritorno economico: è più esatto dire che il baseball non da ritorno economico a partire dalla seconda serie in giù.

    Le società di IBL fruiscono di risorse sufficienti ad arricchire abbondantemente i roster con giocatori d’oltre oceano o … d’oltre Emilia/Romagna: con quali soldi? quelli di benefattori o di aziende che hanno un buon ritorno pubblicitario sui “media” locali?

    Le società che hanno tentato di riportare il baseball di prima serie in Lombardia avevano ed hanno dirigenti di grande valore ma i loro tentativi sono falliti perché i “media” locali, specie in Milano, sono poco seguiti. Perché? Perché sovrastati da quelli importanti come i quotidiani a tiratura nazionale (Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Corriere dello Sport, etc.) che da tempo hanno smesso di interessarsi degnamente del baseball.

    Mi creda, Gabri, di passione ce n’è tanta anche a Milano ed è proprio per questo che alcune società sopravvivono, i loro dirigenti fanno salti mortali per reperire le risorse necessarie alla disputa dei campionati, e quindi dobbiamo dire che sono molto bravi.

    Per riconquistare quelle grandi piazze e quegli importanti “media” con beneficio di tutto il movimento non ci vogliono formule magiche, che come giustamente puntualizzi e ho puntualizzato: formule magiche non esistono, ma esistono formule logiche grazie alle quali la permanenza in prima serie può essere possibile anche con le risorse che attualmente consentono, ad esempio, al Milano ’46 di partecipare al campionato di A Federale.

    Diminuirebbe il livello di IBL ? Niente affatto, e nemmeno lo auspico: ho solo trovato la possibilità di convivenza di tre diversi livelli tecnici che, salvo la prima parte della regular season, non confliggono tra di loro. In compenso si affaccia sul palco della prima serie un consistente numero di squadre che rappresenterebbero un’area molto più importate dell’attuale … e forse si riguadagneranno spazi più dignitosi sui menzionati quotidiani sportivi.

  3. gabri 10 agosto 2014 at 20:22 -

    Ok, allora sono d accordo con lei su questo .Mi creda mi farebbe molto piacere rivedere in ibl squadre come Milano eTorino spero di rivedere anche un gran Grosseto e Nettuno che hanno fatto la storia di questo sport in Italia .Con tutto il rispetto per San Marino è triste vedere che la squadra che ha vinto gli ultimi 3 scudetti ha un seguito di poche decine di tifosi , ma anche a Parma Bologna Rimini escluse forse le finali gli spalti sono sempre semivuoti .Ricordo quand ero ragazzo che facevamo pieno lo stadio dei pirati in ogni sfida con le varie concorrenti e comunque molti più spettatori in ogni gara di quelli che troviamo nelle finali scudetto oggi ricordo quando a Grosseto finale scudetto 87 in uno jannella gremito la celere perquisiva all ingresso e gli ultras ci aspettavano con i cori . Oggi non sono spariti solo gli ultras ma sono spariti tutti , mi chiedo un ex pro o cmq uno che viene da dove il baseball è passione come si sente a giocare davanti a 50 spettatori , a San Marino festeggiano i giocatori che sono più del pubblico ! Bella soddisfazione . Speriamo in un futuro migliore per quello che rimane il più bel sport del mondo.
    Distinti saluti

  4. Gianca 12 agosto 2014 at 09:33 -

    Sono d’accordo su tutto, in maniera particolare con la critifca all’atteggiamento dei giocatori che scimmiottano le superstar MLB senza che ce ne sia il minimo bisogno, e con la “complicità” degli arbitri. Non si può uscire dal box ad ogni lancio, e ripetere gli stessi inutili riti scaramantici ogni volta, non deve essere permesso. Ragazzi umiltà! Nessuno di voi è Miguel Cabrera. Il risultato è che le partite sono lente, per niente accattivanti, solo noi malati riusciamo a guardare uno spettacolo così