Prima parte: colpa della crisi economica? Analisi che prende spunto da una serie di articoli pubblicati da Paolo Castagnini su Baseball On The Road

Pubblicato il Ago 5 2014 - 9:32am by Ezio Cardea

Paolo Castagnini,  l’attuale  Coordinatore delle Accademie Regionali e membro del CNT,  apre una serie di articoli   (“Una nuova immagine del baseball “) sul sito Baseball on the Road,  nei quali  dipinge senza coprirsi gli occhi e senza ipocrisia la situazione di declino in cui versa il nostro sport .

Castagnini  esordisce, infatti, con questa affermazione: “Che il baseball e softball italiano siano in piena crisi di numeri questo è fuori discussione.  Difficoltà a reclutare, a costruire squadre e soprattutto gestirle; pochi soldi, volontariato in crisi, poco interesse dei media ed infine pubblico fortemente diminuito.”

Segue quindi una serie di possibili cause o concause che hanno portato a ciò che  ormai non è  più un’impressione  di  molti di noi,  semplici appassionati, ma qualcosa che inizia ad essere percepita anche in alto loco.

Tra le varie ragioni addotte aleggia  anche lo spettro della crisi economica che non avrebbe risparmiato nemmeno il calcio, figuriamoci gli sport minori. Ma dobbiamo riconoscere che ad essa  Castagnini attribuisce una responsabilità sfumata che non induce a farci pensare ad un alibi.  Egli infatti  ammonisce:  “I difficili momenti di crisi possono diventare grandi opportunità. Cavalchiamo il momento difficile per proporre qualche cosa di nuovo.”

Ecco la persona di buon senso pronta a combattere la crisi, invece di lasciarsi travolgere. Perfetto. La sua riflessione richiama quella di un grande scienziato, Einstein, che mi ha dato lo spunto per scrivere su questo  tema, nel gennaio dello scorso anno, l’articolo  col titolo: “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se …”

Però è lecito chiedersi chi, come si suol dire, “deve darsi una mossa”: noi appassionati?  Ma noi cos’altro possiamo fare se non attendere che accada qualcosa di veramente nuovo, di radicale. Invece siamo costretti ad assistere al solito balletto di un campionato di punta a  10 squadre,  poi  a 8, poi di nuovo a 10, infine a quattro (camuffato da otto!),  a franchigie obbligatorie e poi non più obbligatorie, a un campionato secondario di IBL (IBL2) poi mischiato a quello Federale di A per poi essere eliminato (per fortuna!) silenziosamente per non evidenziare l’ennesimo passo falso federale …  Come possiamo cambiare atteggiamento, noi appassionati, di fronte ad una Federazione che avanza a tentativi e a tentoni, in balia degli eventi invece di dominarli?

E’ evidente che spetta alla dirigenza federale prendere al balzo la crisi  non come scusa della crisi ma come ragione per proporre qualcosa di veramente innovativo al posto delle inconcludenti, quando non dannose, operazioni di tamponamento che demoralizzano quanti invece sarebbero pronti a rianimarsi e a ridare vita al baseball in tutte le sue manifestazioni.

Condividerei la tesi, cara ai federali, che attribuisce alla crisi economica la “stanca” di cui soffre il baseball se lo stallo del movimento coincidesse con l’inizio della crisi economica. Ma così non è. Fraccari nel 2009 inaugurò la stagione con la relazione alla XXXIII assemblea che non a caso intitolò “Gli anni della svolta”. Quale svolta se non da un torpore che  attanagliava il movimento ormai da un paio di decenni mentre la crisi economica, pur latente da tempo,  cominciava a manifestarsi concretamente solo allora?  Fraccari nella stessa relazione metteva in evidenza i tagli del Coni che  naturalmente non hanno risparmiato nemmeno la nostra Federazione. Ma, ripeto, il baseball aveva smesso di crescere fin dalla fine degli anni ’80 e ne è prova un’indagine fatta da Giorgio Gandolfi  per la storica rivista TuttobaseballSoftball che, tra i vari pareri, ha accolto anche il mio pubblicandolo nel n° 13 del 24/6/1980.

Tuttavia molti non se ne rendevano conto perché ingannati da due fattori: il livello tecnico, che  ha continuato a crescere,  e la Nazionale, che  ha  continuato a ben figurare in campo europeo e internazionale.

Ma a Notari non era sfuggito che il movimento nel suo complesso aveva arrestato la crescita già da tempo. Ha pensato quindi di smuovere le acque cercando di far decollare il Meridione sotto la spinta di due importanti campionati: il mondiale del 1998, con un girone a Palermo e Messina,  e le Universiadi del 2002 a Messina e Reggio Calabria. Purtroppo la successiva gestione federale ha lasciato spegnere il forte fermento suscitato da quelle riuscitissime manifestazioni di cui sono testimone.

Dire che il movimento ha cessato di espandersi e che il livello tecnico ha continuato a crescere sembrerebbe una incongruenza. Niente affatto. Dal dopoguerra fino a tutti gli anni settanta si sono sviluppati parallelamente baseball e livello tecnico: successivamente solo quest’ultimo ha continuato a crescere,  soprattutto per effetto di certe “scorciatoie” che vedremo.

L’interesse mediatico di testate importanti come la Gazzetta dello Sport, il Corriere dello Sport , Tuttosport, etc., che hanno cominciato a concedere spazi, ora inimmaginabili, sulla seconda o terza, ma in qualche caso anche in prima pagina,  ha prodotto un sostanziale cambiamento delle cose: mentre le prime realtà dovevano la loro esistenza e sopravvivenza alla generosità degli appassionati, veri e propri mecenati, questi ultimi poco per volta sono stati sostituiti da un numero crescente di sponsor.

Le maggiori risorse avrebbero dovuto favorire lo sviluppo. Cosa che, invece, non è avvenuta perché, mentre le squadre delle serie minori hanno continuato a sopravvivere per merito dei mecenati o di piccolissime sponsorizzazioni, le società di prima serie, favorite dalla visibilità sulla stampa, hanno cominciato a requisire i migliori giocatori italiani ma soprattutto ad ingaggiare atleti d’oltre oceano ben più esperti. Insomma, le maggiori risorse solo in minima parte venivano (come succede tuttora) utilizzate per lo sviluppo “interno”.

La “base”, quindi, ha continuato con spirito pionieristico come nel primo decennio di vita ma, a differenza di quanto  avvenne allora,  quando la Federazione decise che il baseball non doveva rimanere relegato in Roma-Bologna-Milano e Torino,  ha visto scemare la possibilità di svilupparsi e di far emergere altre zone di eccellenza  perché depauperato dei suoi atleti più promettenti: ciò a causa della deleteria tendenza, accentuata negli ultimi anni, di restringere la “vetrina” ovvero il campionato di vertice in nome di una altrettanto deleteria e ridicola voglia di offrire “baseball-spettacolo”. Il vertice, quindi, si rafforzava sempre più  staccandosi in modo sempre più netto dalla “base” e guardando sempre con maggior interesse al mercato estero.

Conseguenze:

–      rallentamento della crescita della base;

–      sproporzionato distacco tecnico tra le prime due serie;

–      disastrose avventure delle neopromosse dalla serie cadetta, che spesso hanno dovuto ricominciare   dall’ultima serie o addirittura sono sparite:  una perdita di decenni di lavoro, un danno incalcolabile per il baseball!

La Federazione ha governato male quella fase di transizione perché  ha chiuso gli occhi su tale fenomeno o lo ha addirittura assecondato specie relativamente all’ingaggio dei  cosiddetti “oriundi”,  italianizzati con tanto di passaporto  allo scopo di poterli utilizzare nella Nazionale. Si è tuttavia resa conto che si stava esagerando se risponde al vero ciò che è scritto nella scheda della Hall of Fame riguardante Silvano Ambrosioni:

“ … La sua storia azzurra ha avuto due momenti: sul finire degli Anni 70 quando Beneck lo chiamò alla guida degli azzurri e poi dall’85 al 2000 quando è stato invitato (da Notari!) a ricostruire l’ambiente dopo l’invasione degli oriundi e divenne protagonista del lancio di una generazione di campioni come Ceccaroli, Bagialemani, Gambuti, Poma, Fochi, Manzini , Liverziani ed altri ancora. … “.

Lo stesso Fraccari  ebbe a dire, non ricordo in quale circostanza, che era necessario rinunciare a certe “scorciatoie” abusate in passato. Ma la sua azione in tal senso è stata molto, troppo blanda!

Ancora oggi la fonte maggiore di approvvigionamento di atleti è l’estero e non il vivaio italiano mentre la crisi è stata strumentalmente utilizzata per ottenere che la Federazione acconsentisse a ridurre a due il numero delle partite settimanali in IBL, fatta salva, quest’anno,  la seconda fase della regular season nella quale le quattro “grandi” continuano a pavoneggiarsi di fronte ad un pubblico sempre più sparuto, sempre più deluso, ignorate dai grandi media ma orgogliose dell’esaltazione fattane dai media locali e da alcuni siti specializzati. Insomma, una esultanza tra noi, all’interno della nostra piccola cerchia: un turbinio in un … bicchiere d’acqua!  E  fuori?  E’ come quando la telecamera si concentra su due metri quadrati  di uno spalto durante una partita di IBL: se rimanesse fissa lì,  potremmo pensare ad uno stadio pieno … La triste realtà, però, sta oltre quella piccola inquadratura: sta nell’apertura grandangolare! sta oltre il bicchiere d’acqua spumeggiante delle cronache appassionate sui siti di baseball! Sta fuori, dove nulla trapela.

Lo sviluppo può attendere!  I fautori del baseball d’élite, coloro che riescono a plagiare le decisioni federali, sono soddisfatti? Oppure, per rendersi conto che la loro tesi è fallimentare, vogliono attendere … il fallimento definitivo?

Segue….

WordPress Author Box
Ezio Cardea

Nato a Milano il 9/12/1936, ha svolto attività come giocatore e come tecnico dal 1948 al 1980 partecipando ai campionati di prima serie dal ’55 al ’72, quasi sempre in società milanesi. Abbandonato il campo per impegni di lavoro, ha continuato a collaborare saltuariamente con società milanesi in supporto alle squadre giovanili e all'attività presso le scuole. A contato col baseball praticamente dal dopoguerra ai nostri giorni, ne conosce la sua evoluzione e ne ha evidenziato fin dal 1980 le criticità: prima fra tutte, a suo avviso, quella creatasi a causa della tendenza delle varie amministrazioni federali a potenziare il livello del campionato di punta fino a creare una frattura col resto del movimento, frattura insormontabile se non con l’'ingaggio di una forte percentuale di atleti d’oltre oceano.

2 Commenti Unisciti anche tu alla conversazione!

  1. marco 7 agosto 2014 at 13:31 -

    Emblematica: “…….chi deve darsi una mossa, noi appassionati? ma noi cos’altro possiamo fare se non attendere che accada qualcosa di veramente nuovo, di radicale…….” Questo è il problema….attendiamo che qualcun’altro faccia !!! La risposta è: si, si accidenti, dobbiamo essere noi appassionati a darci una mossa. Un esempio, ma ne servirebbero a decine: la North Western League è qualcosa di nuovo, è qualcosa che viene dagli appassionati, è soprattutto baseball.

  2. Ezio Cardea
    Ezio Cardea 10 agosto 2014 at 15:10 -

    La North Western League e la Lega del Sole sono ottime iniziative e mi auguro che ne seguano altre se in questo modo si potrà esautorare una dirigenza federale che non intende cambiare strategia. Sicuramente è una strada, ma francamente a me piacerebbe che il movimento non si frantumasse, non prendesse la via della regionalizzazione. Ed in ogni caso, ben vengano tali iniziative se proprio non è possibile fare altro.
    Stia tranquillo, Marco, non appartengo alla categoria di quelli che scaricano sugli altri: non chiedo che qualcun altro faccia al posto mio, MA CHIEDO (E SE FOSSI DIRIGENTE DI SOCIETA’, PRETENDEREI) CHE OGNUNO FACCIA QUEL CHE GLI COMPETE. E’ LA FEDERAZIONE CHE DEVE AGIRE PER PERMETTERE ALLA BARCA DI TORNARE IN ROTTA e non i marinai che si affannano e si sacrificano ma se non hanno chi li guida, sono destinati ad annegare! O ad ammutinarsi!
    E’ questo che vogliamo? Io no.