Il 24 maggio di mezzo secolo fa scrivevo il mio primo articolo di baseball sul quotidiano sportivo bolognese STADIO. In quella stagione la Fortitudo Amaro Montenegro andava a vincere il primo scudetto della sua storia e Gianni Lercker confezionava 108 strikeout. Il parmigiano Castelli batteva 474 e il nettunese Alfredo Lauri aveva una media PGL di 1,43

Pubblicato il Mag 24 2019 - 11:12am by Maurizio Roveri
Ricordi e immagini di un passato che stiamo – un po’ – rimpiangendo. Un tuffo romantico fra storie e personaggi di un baseball spontaneo che aveva gli occhi dell’entusiasmo, della curiosità, dell’emozione.
Permettetemi di scrivere questo articolo – un’escursione fuori dal solito – che prende spunto da un ricordo strettamente personale. Da una ricorrenza. Quando feci conoscenza con il baseball. E fu subito amore…
Accadde oggi. Però mezzo secolo fa. Il 24 maggio 1969. Avevo vent’anni, giovane collaboratore del quotidiano sportivo STADIO, il “verdolino”, per il color verde della testata e per il verdino delle pagine. La sede del giornale, a quel tempo, era nella bolognese via Montebello dove poi vi costruirono il Royal Hotel Carlton, mentre Il “Resto del Carlino” e “STADIO” si trasferivano in periferia, nel grande palazzo bianco di via Mattei.
Avevo messo piede dentro la redazione del giornale da qualche giorno. Stava cominciando la mia “gavetta”. Mi chiesero se m’interessava scrivere di baseball. Fu Mario Mongiorgi a propormelo. Lui era il capo rubrica del baseball. Aveva bisogno di un collaboratore, per il campionato di serie A che stava cominciando. Lo voglio ricordare, Mongiorgi. E lo faccio volentieri. Per la generosità, per la genuinità della persona. E per quella sua passione che spesso era travolgente. Si è occupato di baseball per una vita. Ci metteva l’anima in tutto quello che faceva. E forse io sono riuscito ad assimilare, almeno in parte, quella passione. Per il giornalismo e per il baseball. Mi dispiace, allora, che nell’ambiente del baseball italiano (e bolognese in particolare) ci si è presto dimenticati di uno come Mario Mongiorgi. Se non lo ricorda nessuno, lo ricordo io.
Dunque Lui, Mongiorgi, mi chiese se m’interessava scrivere di baseball. Ebbi un attimo di smarrimento, che forse si lesse sul mio volto, perchè… lo confesso: non sapevo niente di baseball, non avevo neppure la minima idea di come si giocasse. Io venivo dal calcio, ero stato per tre anni il corrispondente di STADIO per il Castelmaggiore in serie D, gran bella esperienza, avevo avuto l’occasione di conoscere il mitico Amedeo Biavati l’inventore del “passo doppio”, fortissima ala destra del Bologna e della Nazionale azzurra campione del Mondo nel 1938. Nel 1966 Biavati veniva assunto dal Castelmaggiore come allenatore per affrontare la serie D. L’anno dopo arrivò, al timone della squadra castellana, Mirko Pavinato che qualche anno prima era il capitano del Bologna dello scudetto 1964, il titolo vinto nello spareggio con l’Inter a Roma. L’ultimo scudetto rossoblù.
Nella primavera del ‘69 il Castelmaggiore retrocedeva. 
“E adesso? Che cosa faccio? Di cosa scrivo?”. Mi tormentavo con questi interrogativi. Evidentemente, però, a STADIO avevano cominciato a conoscermi, ad apprezzare come scrivevo. Così, un giorno, mi bloccò Mongiorgi. E alla proposta di scrivere di baseball il mio smarrimento durò lo spazio di un secondo. Poi immediatamente presi coraggio e risposi “Va bene”. Cominciai così a frequentare la redazione, grazie al baseball. Successivamente mi volle con sè il caporubrica della pallacanestro, e per la mia decorosa carriera è stato fondamentale scrivere dello sport dei canestri nella città diventata “Basket City”.
Ma vorrei tornare all’inizio. A quel 24 maggio di cinquanta anni fa. Il mio primo articolo di baseball. Anzi, il mio primissimo articolo da collaboratore, da aspirante giornalista.
La partita: Fortitudo Amaro Montenegro contro Juve Lancia Torino.
La location è suggestiva. In via eccezionale quell’avvio di stagione va in scena allo stadio comunale. Sì, nella Casa del Bologna Football Club. 
Vado. Non so che cosa mi aspetta. Mi piazzo vicino ad un gruppetto di vecchi appassionati, capisco che sono degli intenditori. E sto lì, ad ascoltare ogni commento, a captare ogni sussurro. Non mi faccio sfuggire alcuna esclamazione. E inning dopo inning (ecco, la parola inning è la prima che ho imparato) capisco come questo gioco funziona. Ma… quando un tizio urla “Guarda, guarda, Toro non ha più il braccio!” rimango sconcertato. Guardo con più attenzione in campo. Cerco disperatamente se c’è qualcuno che sta giocando con un braccio solo. No. Non c’è. Tutti hanno due braccia. Allora, quel tifoso che cosa avra’ voluto dire con quella esclamazione? Accidenti a lui… Mi vien da pensare che ci sia gente strana a vedere il baseball. Ma ho pazienza e costanza. Osservo ancor più profondamente lo sviluppo del gioco, della partita, i lanci, le battute. Le prese. E i tiri. E… scopro l’arcano. Il mistero svanisce allorchè noto che tutti, in diamante, tirano la pallina da sopra quando fanno le assistenze, tutti tranne uno. Ed è colui che chiamano “Toro”. Gioca nella squadra di Bologna e tira da sotto. Con la frustata del polso. Non carica di spalla quando effettua un tiro. La pallina arriva precisa, sì, nel guantone del prima base, però sembra sempre in apnea. Ok, mi rendo conto che il mitico “Toro” è Alberto Rinaldi. L’uomo della terza base. 
Con discrezione, con un po’ di pudore, per evitare di farmi conoscere e di dover dire che sono un giornalista e che non so quasi niente di baseball (con il rischio di beccarmi terrificanti occhiatacce), apro una timida conversazione con qualche tifoso della Fortitudo. E vengo a sapere che Alberto Rinaldi, detto Toro, è stato in America, primissimo giocatore italiano ad aver fatto una stagione intera nelle Minors firmando un contratto professionistico con l’organizzazione dei Cincinnati Reds. Poi è tornato in Italia, ha giocato per Parma, viene da un infortunio serio alla spalla e insomma è in fase di restauro. E allora, tutto mi è più chiaro.
Bene. A mano a mano che la gara si sviluppa, capisco sempre di più. Comincia a piacermi, questo strano gioco. Misterioso e intelligente. Sono contento di aver fatto conoscenza con il baseball.
Sono contento ma… non per il risultato finale. Vincono i torinesi. Finisce 5 a 2 per la Juve Lancia. Non sono sicuro, ma forse la vinse Bava quella partita (Paschetto non giocava a Torino quell’anno, era a Roma, indossava la casacca dell’Incom Lazio).
Tutta la rabbia e l’orgoglio della Fortitudo si abbattono poi sul team di Torino nella seconda partita. Il gruppo dell’Amaro Montenegro è devastante e vince 17 a 1.
Settimana dopo settimana, mese dopo mese, quella Fortitudo fa vedere tanta potenzialità. E’ solida, concreta nel box di battuta, molto forte sul monte di lancio. 
Gioca da protagonista. Vince spesso. Diverte. E io mi innamoro del baseball. Lo trovo fascinoso.
Quella Fortitudo arriva a vincere lo scudetto, dopo un avvincente braccio di ferro con la Noalex Milano di Giancarlo Mangini.
Il primo storico scudetto della Fortitudo. Proprio nel primo anno di sponsorizzazione (a quei tempi su usava dire “abbinamento”) con l’Amaro Montenegro.
Sono emozionato. Scrivo di baseball da cinque mesi e già mi trovo a raccontare uno scudetto. A raccontare la curva veloce e la palla dritta piena di effetto di Gianni Lercker, il carisma e il senso tattico del severo “Professore” Umberto Calzolari. E la classe infinita di Rinaldi, le mani rapide di Carlino Morelli, la tecnica di Stefano Malaguti “re dei doppi giochi difensivi” ma anche importante in quello scudetto per i “punti battuti a casa”. E poi il grande Alfredo Meli con le sue battute valide e le infallibili prese all’esterno centro, l’affidabilissimo Angelo Baldi, l’americanino Roger Saunders un militare della base americana di Vicenza. E Sarti, Ghedini, Luigi Malaguti, “Gatto” Barbieri, Joe Campagna. E ovviamente – passionale e leader emozionale – Enzo Blanda, il catcher, altro personaggio carismatico, che affiancò Monetti come timoniere quando venne esonerato Zinno. 
In quel campionato 1969 Gianni Lercker sul monte di lancio del gruppo di Bologna vinse 15 partite e confezionò 108 strikeout.
Il parmigiano Giorgio Castelli, della Tanara Parma, fece registrare una media battuta di 474.
E Alfredo Lauri, il mancino del B.C. Nettuno, ebbe la migliore media PGL con 1,43.
Era il 1969. L’anno dell’uomo sulla luna. L’anno di storici raduni musicali che hanno fatto la storia del rock: Woodstock e l’Isola di Wight. L’anno di un film come Easy Rider. L’anno del primo volo del Concorde.
Era il 1969. E io mi innamoravo del baseball.
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Maurizio Roveri

Giornalista professionista, nato il 26 novembre 1949 a Bentivoglio in provincia di Bologna. Ha iniziato la sua brillante carriera giornalistica come redattore di Stadio nel 1974 per passare poco dopo al Corriere dello Sport-Stadio, dove è rimasto fino al gennaio del 2004. E’ iscritto all’Albo dei giornalisti professionisti dal luglio del 1977. Al Corriere dello Sport è stato responsabile del basket e del pugilato nella redazione di Bologna. Capo rubrica per il Corriere dello Sport-Stadio del baseball, sport seguito fin dal 1969 come collaboratore di Stadio. Molte le sue esperienze da inviato a cominciare dai campionati mondiali di baseball del 1972 in Nicaragua, del 1988 in Italia, del 1990 in Canada, del 1998 in Italia, nonché alle Universiadi di Torino del 1970 e ai campionati Europei del 1971, del 1987, del 1989, del 1991, del 1999. Collaboratore del quotidiano “Il Domani di Bologna” per baseball, pugilato, pallavolo dal 2004 al 2007. Creatore del sito internet specializzato sul baseball Doubleplay.it e collaboratore dei siti Baseballitalia.it, Baseball.it e BoxRingWeb.it. Entra con l’inizio del 2012 nel gruppo editoriale di InLiberaUscita, ricoprendo la posizione di opinion leader e di redattore da Bologna. Nel marzo del 2012 è cofondatore del sito specializzato BaseballMania.it di cui oggi è coordinatore giornalistico.

5 Commenti Unisciti anche tu alla conversazione!

  1. camillo palma 24 maggio 2019 at 14:45 -

    Bellissimo articolo di Maurizio Roveri sui ricordi e su come si è avvicinato al baseball, quasi per caso, e poi per esserci rimasto coinvolto per tutto il resto della sua vita professionale ed umana. Un ringraziamento anche perché ha fatto presente il nome di Alfredo Lauri, che per noi nettunesi e bambini dell’epoca è stato sempre un ricordo indelebile per il suo carisma ed i suoi sottomano, ed ancora oggi anche noi lo ricordiamo per i suoi infiniti insegnamenti in termini di grinta, determinazione e forza trainante della squadra. Con l’altro mitico campione Bruno Laurenzi sicuramente sono stati tra le più forti batterie del baseball europeo di tutti i tempi, e non solo per i loro gesti tecnici, ma in quanto portatori di valori sani, semplici, efficaci e schietti di vita. Anni orsono ad Alfredo Lauri con un gruppo di amici abbiamo organizzato una serata ricordando le sue gesta ed insegnamenti con una targa ricordo ed una cena per pochi intimi. Orbene aveva le lacrime agli occhi per un gesto per noi doveroso, umano, semplice e dovuto per gli insegnamenti che lui aveva trasmesso a noi “mocciosi” e bambini dell’epoca con i pantaloncini corti ed i brufoli sulle guance. Da qui penso il significato e contenuto morale di questo stupendo articolo, che menziona Campioni come Toro, Giorgio, Bruno ed Alfredo per noi nettunesi veraci e bambini dell’epoca, ai quali questi campioni tanto hanno insegnato, non solo sul campo, ma soprattutto nella vita di tutti i giorni. Non li dimentichiamo questi Campioni e facciamoli conoscere come progetto educativo-pedagogico alle giovani generazioni e per ciò faccio appello alla Federazione. Grazie Maurizio Roveri di questo articolo, stupendo per i suoi contenuti per noi nettunesi e per aver ricordato questi Campioni ed il nostro beniamino Alfredo Lauri ed il mio amico in aggiunta Bruno Laurenzi. un grazie di cuore dai nettunesi.

    • luigi 28 maggio 2019 at 09:01 -

      Solo chi ha vissuto in diretta quegli anni può capire l’agonia in cui versa adesso questo sport, i numeri sono impietosi. Si andava a Bologna al Falchi anche due ore prima per fare la coda al botteghino e poi vedere i preliminari, capitava di vedere, da vicino, Lerker o Rinaldi e Luciani, Malaguti, quelli del Parma per primo Castelli e tanti altri, mitici…era anche un modo per imparare qualcosa dai loro movimenti, presa/tiro, battuta, corsa sulle basi, la scivolata, non esistevano i telefonini ne you tube, le partite potevano durare anche all’infinito, meglio, più tardi finiva lo spettacolo e più valeva il prezzo del biglietto (altro che i 7 innings). Per diversificare talvolta si andava a Rimini (era più lontano ma si poteva anche andare al mare e ai pubs del centro) magari quando giocava contro Grosseto o il mostruoso Nettuno e tornavamo alle tre del mattino con gli occhi e la mente pieni di tutto ciò e magari la domenica si doveva giocare, cercando di imitare i grandi. Nettuno per noi del nord era quasi irraggiungibile; un tempio del baseball visto solo sulle figurine o sugli articoli dei giornali che allora piazzavano anche qualche foto, i suoi giocatori dei marziani… Mondiali di baseball del 1972 in un inserto a più pagine, della Gazzetta dello Sport foto a colori di tutta la squadra schierata in uno stadio da favola. Anni d’oro campioni veri, nostrani con qualche “oriundo” forse ma molto più italiano degli AFI – ASI di adesso. Anni in cui ci si sentiva orgogliosi di appartenere alla famiglia del baseball. Anni irripetibili.

  2. Daitarn 25 maggio 2019 at 01:06 -

    Tutto ebbe inizio con l’immensa passione di Isabella Seragnoli(sorella di Giorgio) per la Fortitudo ed il baseball,donna affascinante e di grande carattere,mi ricordo quando Civolani(il Civ) era in Fortitudo e poi litigo’ con Isabella e abbandono’ la sua mansione di general manager.

  3. FRANCO LUDOVISI 26 maggio 2019 at 11:15 -

    Voglio ricordare anch’io MARIO MONGIORGI. Per dirti quanto fossimo innamorati del BASEBALL ti racconto di un giorno che, al mare, io e mia moglie Laura decidemmo di fare una passeggiata sul bagna/asciuga e ci incamminammo sereni. Ma fatti pochissimi passi ecco che incontriamo Mario Mongiorgi e signora che viaggiano in senso opposto.Un saluto caloroso poi, io e Mario, ci “perdiamo” nell’ultima riflessione di Baseball che ci era venuta in mente e……….perdiamo anche le nostre mogli che, capita l’antifona, ci avevano abbandonato per proseguire da sole la passeggiata che terminò al ritorno delle due donne da noi per separarci nel bel mezzo……..di una situazione del baseball!!!!!

  4. Daitarn 28 maggio 2019 at 23:54 -

    Gia’..col Nettuno,quella e’ sempre stata la Partita in Italia,sempre particolare,unica direi,anche Milano era forte in quegli anni ma col Nettuno era il top.Una cosa che ricordo al Borghese negli anni 70,nel gruppo di Puci Puci udii un commento:Basta pigliamoli quei 2 siamo stufi di averli contro,riferito a Toro e Vic Luciani.