Elio Paolini, una passione ereditata dal nonno olimpico a Monaco ’72

Pubblicato il Gen 14 2021 - 6:03pm by Massimo Di Cesare

Questa settimana il protagonista delle nostre interviste nel mondo del softball è il fisioterapista della nazionale azzurra Elio Paolini. Dal baseball, sugli spalti dello Steno Borghese e poi in campo, fino al prestigioso ruolo nella squadra italiana che sarà protagonista alle Olimpiadi di Tokio. Tutto grazie alla passione per la professione ereditata dal nonno olimpico a Monaco ’72 con la nazionale di Judo…

Elio Paolini, un nettunese nel team staff della nazionale di softball. Come ti è venuta la passione per il tuo lavoro?

“Un nettunese si ma non di certo l’unico. Ricordiamoci anche del “Doc” Gaetano Schiavottiello, ormai da anni pietra miliare della medicina dello sport, a Luglio alla sua quarta Olimpiade in quattro continenti diversi, un vero e proprio record. Mi piace sempre ricordare che questa città, oltre ad essere da sempre fucina di grandi atleti, spesso tira fuori dal cilindro anche altri professionisti che portano in alto il nome di Nettuno in giro per il mondo ed anche per me questo è sicuramente motivo di orgoglio. La passione per la fisioterapia l’ho ereditata da mio nonno materno. Una eredità pesante. Lui, nonostante non ci sia più, è ancora il mio faro, la mia guida sportiva e di vita. Per anni è stato il fisioterapista del gruppo sportivo delle fiamme oro di Judo, nel periodo più prolifico dal punto di vista sportivo della nazionale maschile e femminile; nazionali supermedagliate nei quadrienni olimpici 72/76 e 76/80. Lui il culmine della carriera l’ha raggiunto con la partecipazione ai giochi Olimpici di Monaco nel 1972, io invece di strada ancora ne devo fare e non mi sento per niente arrivato. L’averlo visto lavorare ancora con passione nonostante la pensione, ed ascoltare i racconti delle sue glorie sportive non potevano non alimentare in me la passione e l’amore verso il mio lavoro che tutt’oggi nutro quotidianamente. So con certezza che ovunque esso sia, sarà contento dell’eredità che mi ha lasciato e di come io l’ho accolta”.

Dalle tribune dello Steno Borghese via via fino alla Nazionale di Softball, com’è stato il percorso?

 “Di tempo ne è passato. La casa dove sono cresciuto è a 5 minuti a piedi dallo Steno Borghese e come ogni papà nettunese che si rispetti, anche il mio mi ci ha portato prestissimo. Forse era il ’96 e quelli erano gli anni d’oro del grande Nettuno che ribaltava il risultato al 9° e di uno Steno che sembrava quasi una cattedrale. Di conseguenza ho iniziato prestissimo ad appassionarmi, ma purtroppo ho iniziato a giocarci molto tardi. Nonostante questo però mi ha coinvolto sempre di più, soprattutto durante i miei anni da studente universitario quando avevo avviato un progetto di ricerca sull’importanza del corretto insegnamento della biomeccanica nelle disfunzioni dell’arto superiore nei lanciatori. Quelli sono stati gli anni in cui ho iniziato a sentire realmente il profumo dell’erba dello stadio da vicino. I mesi passavano, io mi sono laureato, poi specializzato, ho continuato a lavorare con i lanciatori e mi sono lasciato alle spalle la porta dello spogliatoio solo nel 2015, quando ho accettato l’incarico che tutt’oggi ricopro nella pallavolo professionistica. Questo però non mi ha allontanato ne dal baseball, ne tantomeno dal softball. Dopo l’esperienza con la nazionale maschile, nel 2016 è arrivata l’opportunità di entrare a far parte dello staff di Enrico ed io non ci ho pensato su un attimo. Ero convinto che sarebbe stata un’esperienza stimolante, formativa e, per gli obiettivi che dovevamo raggiungere, anche una sfida importante. Il lavoro fatto tutti  insieme in questi anni ed i risultati ci hanno dato ragione ed io rifarei quella scelta altre 1000 volte”.

Qual è la differenza tra il seguire una partita dagli spalti, quindi da sportivo/tifoso e seguirla dal campo facendo parte di un team?

 “Sono due situazioni completamente diverse, considerando che ci sono categorie di tifosi e tifosi. Penso che dagli spalti vieni coinvolto in un altro modo e del risultato finale, spesso e volentieri, ti importa relativamente poco. Quando sei seduto comodamente in poltrona o in tribuna, sei molto di più governato dalla “pancia” che dalla “testa”. Ti limiti a giudizi e considerazioni che però hanno una valenza relativa se lo inserisci all’interno del contesto di una squadra. In sostanza ci sono diversi aspetti che devono essere presi in considerazione, perché la quotidianità della squadra va vissuta e non sai quali sono stati i problemi e le relative soluzioni, che un gruppo di persone ha adottato per condizionare una scelta piuttosto che un’altra. Quando fai parte di uno staff, di una delegazione, sei parte di una famiglia. La cosa che mi piace sempre ripetere è che la partita in campo ha un sapore diverso: si vince, si soffre, a volte si perde, ma lo si fa sempre tutti quanti insieme. E la cosa ti assicuro che la senti tantissimo. Torni a casa, ti fai un esame di coscienza di quello che secondo te è andato storto; impari la lezione e alla prima occasione, provi a redimerti. Io personalmente non gioco mai per il secondo posto. Non mi piace perdere, in nessun caso; nella vita e nello sport quindi ti lascio immaginare come posso sentirmi quando sono seduto in panchina.  Poi la partita in se la considero come il debutto di una band ad un grande concerto che magari si prepara senza sosta da anni. Se la vivi dal palco, piuttosto che dal parterre, ha sicuramente un sapore diverso. La gloria sportiva, quando prepari una competizione difficile, senza dormire più di 5 ore a notte perché magari finisci tardi le fisioterapie la sera dopo cena, ti rimane per sempre dentro ed è bellissimo”.

Con il tuo lavoro sei coinvolto anche nella preparazione degli atleti? Nel caso, quale approccio e preparazione deve fare un’atleta per raggiungere grandi risultati?

 “Lo staff fisioterapico si occupa dell’aspetto riabilitativo e di prevenzione. La preparazione fisica ed atletica è di competenza esclusiva di Andrea e Francesca dell’istituto di medicina e scienza dello sport del CONI, ma comunque siamo in stretto contatto quotidiano e collaboriamo costantemente con loro per cercare di dare il nostro contributo. Per rispondere però alla tua domanda, posso dirti che io credo fortemente che un campione non si costruisce necessariamente in palestra. O meglio, l’aspetto fisico e atletico è fondamentale, ma di base se non hai un “mental thoughness” adeguato rischi di non fare mai il salto di qualità. Per raggiungere dei grandi risultati devi essere disposto al sacrificio quotidiano, sia esso fisico, mentale e/o affettivo e per fare tutto questo devi avere una forza mentale e di animo che supera quella fisica. Diventi forte se hai una mente forte. I sogni non escono dal cassetto da soli. Se vuoi tirarli fuori ti devi mettere in testa che non puoi lasciare mai, nemmeno un giorno, al caso e devi allenarti duro anche se non sei un atleta. Una mia vecchia Prof.ssa mi diceva sempre una frase che ogni tanto mi piace ripetere a mente: sei felice non perché vinci, ma vinci perché sei felice! Ecco, il sacrificio e il sudore non sono mai vani, tutto passa quando poi sei su un podio e ti mettono una medaglia al collo. E quella è una sensazione di tale appagamento che non riesco nemmeno a scrivertelo qui ma ti assicuro che è bellissimo”.

Oltre al softball, grazie al tuo lavoro, hai conosciuto da vicino il volley maschile, ci sono delle analogie tra le due discipline?

Si, ormai questa in corso è la mia sesta stagione in Superlega. Sono due sport bellissimi, complessi e la pallavolo ancora di più negli ultimi tre anni è diventata estremamente tecnica e di assoluto livello per la presenza di moltissimi campioni, infatti viene considerata dagli addetti ai lavori il campionato di pallavolo più difficile al mondo. Comunque, insieme al softball, di sicuro ha in comune la preparazione mentale e tattica che c’è dietro una partita. Sono due sport molto tattici dove la forza fisica spesso, in determinate situazioni, può contare poco. Dal punto di vista biomeccanico, relativa al gesto specifico, hanno qualche differenza, legata soprattutto al gesto tecnico del lanciare rispetto a quello di colpire. Su entrambi spesso viene molto enfatizzato il ruolo primario della spalla; ma ti dico invece che un buon 50% dipende dal condizionamento degli arti inferiori e del “core” (addome) perché è impensabile colpire o lanciare un oggetto affidandosi esclusivamente alla muscolatura della spalla. Può sembrare strano ma sono due sport molto completi”.

Qual è lo stadio più bello dove sei stato e dove torneresti volentieri?

Da semplice turista e tifoso sicuramente lo Yankee Stadium! Da fisioterapista ho bellissimi ricordi dello “ZOZO Marine Stadium” di Chiba; li in Giappone tutti gli stadi sono fantastici e tornerei volentieri ovunque ma mi riservo di vedere da vicino quello di Yokohama”.

Tokyo 2021…

Tokyo…molto caotica ma è una bellissima città!  A parte gli scherzi non sono scaramantico ma ho promesso a tutti che non ne parlerò fino a quando non sarò seduto sull’aereo diretto al villaggio olimpico. Quello che però posso dirti è che arrivare fin lì con la scritta Italia ed il tricolore sul petto, sarebbe per me motivo di grande orgoglio; per la categoria che rappresento, per la mia città, per la mia famiglia, per mio nonno, per Valeria che mi supporta e sopporta ogni giorno, per tutti quelli che in questi anni hanno condiviso con me tutte le gioie e le difficoltà del percorso. Vorrei tanto poter vedere e sentire da vicino il calore di quel braciere acceso; li in mezzo a tante altre nazioni perché credo davvero che lo sport è così tanto potente da essere un momento di rinascita e redenzione per tutti. E ad oggi ne abbiamo veramente bisogno”.

Foto Michele Gallerani

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