E’ la parola d’ordine per rilanciare un movimento in declino.

Pubblicato il Giu 25 2014 - 7:49pm by Ezio Cardea

Ho letto sul sito di Schiroli il suo pensiero sulla “comunicazione” nell’articolo “Baseball e comunicazione: riflessione di un addetto stampa”  pubblicato il 9/6 u.s. nel quale, assieme a cose condivisibili, ne rilevo altre su cui riflettere.

Data l’importanza della “comunicazione”,  ci si affanna per offrirla  più completa possibile per soddisfare, nel caso dello sport,  le esigenze di chi lo pratica e di chi è semplice  appassionato.

A tale scopo oggi internet è senza dubbio lo strumento più adatto. Vi ricorre la FIBS col sito ufficiale, vi ricorrono le società, ormai tutte dotate del loro sito,  vi ricorre  anche un crescente numero di appassionati che aprono siti specializzati alcuni dei quali, oltre ad offrire approfondimenti su vari temi, si sono attrezzati per fornire informazioni sull’attività di baseball e softball a tutto campo. In alcune zone d’Italia concorrono a dare un’adeguata informazione la stampa e  le tv locali. Molto carenti, invece, sono i “grandi media” e cioè la stampa a tiratura nazionale e le maggiori tv,  una volta più  attenti alla nostra disciplina.

Ma la comunicazione ha anche un’altra funzione, quella propagandistica, della quale il baseball  italiano, concentrato soprattutto in Emilia/Romagna, ha assoluta  esigenza per potersi  espandere su tutto il territorio italiano.

Da questo punto di vista internet non è idoneo. Per raggiungere  chi sta fuori dal nostro mondo servono i tradizionali mezzi di comunicazione ovvero la carta stampata e la tv, utilissimi  nonostante  che internet e i social network diventino sempre più importanti anche alla luce  del fatto, annota Schiroli, che i giornali – compresi quelli locali – continuano a tagliare pagine e con esse gli sport cosiddetti minori, che sono le prime vittime.

Cionondimeno, stampa e tv  sono tuttora troppo importanti per essere trascurati.

Parlando di questi strumenti di comunicazione che  non possiamo permetterci il lusso di trascurare, è opportuno fare una distinzione tra quelli a carattere “locale” e quelli che coprono tutto il territorio  nazionale.

Sono pienamente d’accordo con Schiroli quando sostiene l’importanza della stampa locale perché  “pubblica tantissimo e senza bisogno di troppi stimoli”:   lo sono  un po’ meno quando afferma che essa è una grande ricchezza per il movimento.  Non perché non sia vero,  ma perché lo è  soprattutto, se non solo, per la zona di sua influenza:  tutto ciò che viene riportato da quei “media”, per quanto abbondante, resta in loco e crea sviluppo in loco.

Lo dimostra l’Emilia/Romagna che da decenni tiene in prima serie ininterrottamente varie squadre, mentre le altre regioni in cui il baseball non fruisce di analogo sostegno, ottengono che le loro “ammiraglie” – con l’unica eccezione di Nettuno –  riescano a malapena a farvi capolino.

Qualche personaggio, anche autorevole, sostiene che il primato nel baseball nella zona emilio/romagnola dipenda dalle maggiori capacità dei dirigenti di quella regione. Non mi sembra, questa, una tesi sostenibile. Avallo l’idea di Schiroli che implicitamente fa capire quanta parte abbiano nella conquista di quella supremazia i “media locali”, rimarcandone la “grande ricchezza”.

Le grandi capacità organizzative e manageriali non bastano senza il … vil denaro! Che un tempo proveniva da dirigenti generosi ed appassionati e poi, man mano che il baseball si affermava grazie anche ad una stampa importante ma soprattutto ospitale, ha cominciato a provenire dagli sponsor.  Costoro, salvo rare eccezioni, non sono dei semplici mecenati ma si identificano in aziende che mettono a disposizione somme proporzionate al ritorno mediatico.

In Emilia/Romagna quel ritorno  continua ad esserci anche senza bisogno di stimoli, come  ricorda Schiroli, e continuano ad esserci le società più quotate. A Milano, che nei tempi d’oro è arrivata ad avere ben quattro squadre di prima serie, il baseball è naufragato da quando la Gazzetta dello Sport dai  1000 (mille!) cmq  mediamente  elargiti al nostro sport per due, a volte tre giorni alla settimana nelle prime pagine, è passata a concederci uno spazio poco più largo della superficie di una scatola di cerini, in caratteri piccoli, relegandoci, salvo rare eccezioni, in quarantesima o cinquantesima pagina.

La stessa sorte, e per la stessa ragione, è toccata a Roma e Torino, abbandonate rispettivamente dal Corriere dello Sport e da Tuttosport.

È  un caso?  A Roma, Milano e Torino sono improvvisamente diventati tutti degli incapaci? Mi sembra arduo sostenere tesi di questo genere di fronte ad una evidenza lapalissiana che accredita una logica ben diversa.

Possiamo dire che per fortuna in talune zone esiste una stampa locale che ha ormai il baseball nel suo DNA,  al punto che si può rinforzare il concetto di Schiroli poco sopra espresso,  dicendo che sovente è proprio la stampa locale a far da stimolo alle società!  Quella stampa può permettersi il lusso di pubblicare tutte quelle cose (sport giovanili, notizie  e manifestazioni secondarie) che, per dirla alla Schiroli, non interesseranno mai i “media mainstream”, che  non verranno mai pubblicati dalla Gazzetta dello Sport, mentre certamente troveranno spazio sulla Gazzetta di Parma. E ha ragione da vendere! Conservo ancora i ritagli (o meglio, i fogli, perché spesso gli articoli di baseball riempivano tutta una pagina!) di quel giornale (uno dei più antichi d’Italia, ma  pur sempre “locale”) quando ho giocato a Parma nel 1961: oltre alle cronache della nostra squadra, c’erano commenti, risultati e classifiche di tutte le squadre delle serie minori di Parma e dei dintorni!

Purtroppo, però, la caratterizzazione prettamente locale del supporto mediatico rende locale anche lo sviluppo: il che è un bene per il baseball nelle zone da esso coperte, ma al movimento  serve anche e soprattutto  che il baseball sia  veicolato oltre.

Questo scopo può essere assolto solo dai quotidiani a tiratura nazionale e dai canali principali delle tv nazionali.

Torno al pensiero, un po’ discriminante, di coloro che attribuiscono eccessivi meriti ai dirigenti romagnoli e un po’ cinicamente invitano a rassegnarsi a militare nelle serie inferiori le società incapaci di procurarsi i  mezzi necessari ad adeguarsi ai nuovi livelli tecnici.  In genere sono quegli appassionati che vorrebbero vedere un baseball di livello ancora più alto sia per soddisfare le loro esigenze di “consumati” intenditori, sia perché convinti, nonostante gli ormai tanti anni di baseball “vetrina” (ottenuta riducendo  il campionato di punta fino a  renderlo striminzito),   che la vetrina avrebbe fatto da “locomotiva” per tutto il movimento. A parte che la cosa non è avvenuta, la loro visione non consente di considerare la possibilità di percorrere altre vie per lo sviluppo del baseball se non quella delle “capacità manageriali”  di cui dovrebbero attrezzarsi anche le altre società!

Costoro,  che vorrebbero vedere un baseball di livello molto vicino a MLB, dovrebbero mettersi  nei panni degli sponsor delle squadre dominanti:  queste fruiscono dei riflettori di stampa e tv locali e di un apporto del tutto trascurabile da parte dei media “nazionali”. Poco, pochissimo influente la diretta televisiva sulla Rai dato che ormai consente, ad ognuna di esse, di comparire una o al massimo due volte l’anno! Il “dato aggregato” (rubo l’espressione di Schiroli perché rende l’idea), ovvero la massa totale di pubblico su cui si  riversa la comunicazione, consente agli sponsor di mettere a disposizione una  somma  con la quale chi spera di poter vedere in Italia, prima o poi,  personaggi da MLB, terminerà i suoi giorni … sperando.

La speranza, però, potrà diventare più concreta solo se il baseball varcherà la platea  emilio/romagnola per raggiungere quella nazionale: quando, cioè, il cosiddetto “dato aggregato” offrirà un numero molto più sostanzioso,  vale a dire quando avrà almeno decuplicato il suo valore. Cosa che può avvenire solo attraverso i quotidiani a tiratura nazionale e le più importanti tv con i loro canali principali.

Altre realtà come quella dell’Emilia/Romagna potranno nascere o rafforzarsi anche altrove solo se le tante iniziative definibili  “al dettaglio” o “porta a porta”, cioè quelle sviluppate dalla passione delle singole persone, dalle società, dai Comitati Regionali, dalle iniziative presso le scuole, etc.  sono supportate  dalla “comunicazione” che ha l’effetto di creare l’humus,  il terreno fertile su cui svilupparsi:  l’apparire sui grandi media (almeno con la stessa visibilità di un tempo) conferisce al baseball una importanza ben diversa da quella attuale di sport (cosiddetto) minore,  marginale, caratterizzato da forte localizzazione. Come noto,  ogni sport ha bisogno di spazi e strutture la cui concessione dipende dalle amministrazioni locali:  la  sensibilità di queste ultime è maggiore o minore proprio in funzione dell’importanza della disciplina,  importanza che, a questi effetti, non è data dalla consistenza –  generalmente ignorata  – della relativa federazione,  ma dal risalto dato dalla stampa.

Ogni sport in crescita ha bisogno di sponsorizzazioni sempre più consistenti,  e queste lo saranno sempre più man mano che si allarga il messaggio sul cui ritorno gli sponsor fanno i conti. Ecco  allora la necessità dei  “grandi media” come veicolo propagandistico fondamentale.

Curiosando su internet per informarmi sugli  sport  maggiormente praticati nei vari paese del mondo,  su Wikipedia  <http://it.wikipedia.org/wiki/Sport_nazionale>  ho scoperto con sorpresa che  in Italia  la parola “baseball”  non figura nella  colonna degli sport più popolari, né in quella degli altri sport importanti!  Potete vederlo da questo “copia/incolla” della striscia riguardante l’Italia:

 Italia calcio automobilismomotociclismociclismo su stradarugby a 15vela,pallavolopallacanestrosci alpinoschermapallanuotoginnastica ritmicaatletica leggeranuoto calcio a 5canoa polopallamano

 

Questa triste constatazione non è annullata dal fatto che, cliccando la parola “baseball” su Google,  scorgiamo altre pagine della stessa Wikipedia  con esaurienti informazioni sul baseball italiano e sulla Fibs: ci induce solo a pensare che, pur essendo noto  che il baseball è praticato in Italia, detta disciplina è considerata  talmente marginale da non meritare  di essere  citata nel suddetto elenco.  Probabilmente il baseball è percepito come sport prettamente regionale, non catalogabile quindi tra quelli praticati su tutto il territorio nazionale.  Sono convinto che trent’anni fa il baseball sarebbe comparso addirittura nella colonna successiva a quella del calcio!

Certamente Wikipedia non è la Bibbia, tuttavia la cosa  la dice lunga sul grado di notorietà attuale del nostro sport, nonostante primeggi in Europa,  ben figuri nel BWC, sia  trattato sempre più e sempre più professionalmente da tanti siti internet.  Però … c’è un però che vale un Perù: è  quasi sparito dai “grandi e  tradizionali media”!

E’ veramente difficile risalire la china. Per troppi anni abbiamo assistito  inermi  alla grave  emarginazione operata dai grandi quotidiani sportivi.  Il baseball, nonostante sia progredito tecnicamente e nonostante i successi internazionali anche a livello Club,   ha perso importanza nell’immaginario collettivo influenzato negativamente anche dal continuo restringersi delle dimensioni del suo campionato principale e dell’accorciarsi dell’attività nazionale.  L’immaginario collettivo è una cosa astratta, impalpabile … ma la tocchi e te ne rendi conto quando vedi che il movimento non cresce (fermenti  positivi in nuove zone compensano  forse nemmeno a pieno  la  débâcle di altre), il pubblico non cresce, le autorità locali sono sempre più insensibili quando non addirittura sorde alle esigenze del baseball …

Come fare per ritornare  a recuperare su tali media gli spazi di un tempo?

E’ arduo recuperare il terreno in queste condizioni e in costanza  del  fenomeno, ricordato  da Schiroli, dell’assottigliamento del numero delle pagine dei giornali.  Gioca negativamente (è solo una mia sensazione giacché non posso dimostrarlo) anche il fatto che gran parte delle  società,  da quando hanno creato i loro siti su internet, si adagiano su di essi e sono meno attente ai giornalisti (Rai e Tv) e, in genere, alla comunicazione esterna. Quella, per essere chiari, che deve andare sotto gli occhi e le orecchie di quanti non ci conoscono.

A mio avviso non si tratta di riempire di resoconti e di notizie la casella postale di questo o quell’altro importante quotidiano sportivo: convengo con Schiroli che questo è un approccio sbagliato e controproducente. Si tratta di instaurare nuovi rapporti con contatti ad alto livello tra Federazione e Redazioni per un nuovo percorso  basato anche, ma non solo , su un “do ut des”. E’ necessario soprattutto   coinvolgere i giornalisti  in un percorso organico man mano più intenso, in cui  i professionisti si sentano corresponsabili di un progetto e non dei semplici destinatari di notizie d’ogni tipo da pubblicare.

Non so cosa suggerire,  non saprei cosa fare.  So che è assolutamente necessario reagire a questo stato di cose e la Federazione deve produrre ogni sforzo in questo intento ormai primario della riconquista dei grandi media.

Prima, però,  provveda urgentemente a rimodellare un campionato di ampio respiro come desiderato da tante ottime squadre della Serie Federale. Ma non deve farlo in modo graduale come anche di recente ha dichiarato il Presidente Fraccari: abbia il coraggio di imporre da subito, cioè dal 2015,  un campionato a 18 squadre in tre gironi da 6,  mantenendo la novità della fase di qualificazione introdotta quest’anno. Non è una cosa impossibile per le ragioni che spesso ho  ampiamente illustrato.  Lo spauracchio dell’abbassamento del livello è solo una scusa peraltro poco valida perché, chi vi  si appiglia,  finge di ignorare che nella seconda fase viene raggruppato il meglio del baseball italiano espresso in 6 squadre (invece di 4). La contropartita che deve farci accettare una prima fase di incontri sbilanciati è costituita dalla enorme positività di altre  12 squadre (invece di 4!) che allargano fortemente il grande palcoscenico:  cosa di non poco conto perché  contribuisce a dare maggiore visibilità al baseball su un territorio più ampio;  al tempo stesso quelle società  beneficiano della maggiore visibilità data da quella vetrina,  aumentando la loro possibilità di ottenere sponsorizzazioni più sostanziose;  aumenta anche il numero di atleti che fanno esperienza nella vera “Accademia” e cioè il massimo campionato.   Più risorse,   più crescita!

Deve farlo, perché l’immagine di una Federazione che dopo quasi settant’anni di attività riesce ad esprimere un campionato di punta sostanzialmente a quattro squadre,  certamente non aiuta. Nonostante i successi in campo internazionale.

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Ezio Cardea

Nato a Milano il 9/12/1936, ha svolto attività come giocatore e come tecnico dal 1948 al 1980 partecipando ai campionati di prima serie dal ’55 al ’72, quasi sempre in società milanesi. Abbandonato il campo per impegni di lavoro, ha continuato a collaborare saltuariamente con società milanesi in supporto alle squadre giovanili e all'attività presso le scuole. A contato col baseball praticamente dal dopoguerra ai nostri giorni, ne conosce la sua evoluzione e ne ha evidenziato fin dal 1980 le criticità: prima fra tutte, a suo avviso, quella creatasi a causa della tendenza delle varie amministrazioni federali a potenziare il livello del campionato di punta fino a creare una frattura col resto del movimento, frattura insormontabile se non con l’'ingaggio di una forte percentuale di atleti d’oltre oceano.