Coronavirus e “Distanziamento sociale”

Pubblicato il Apr 14 2020 - 12:20pm by Ezio Cardea

Una ascoltatrice di Rai 3 è intervenuta nella trasmissione del mattino dei giorni scorsi per  eccepire sull’appropriatezza della locuzione “distanziamento sociale”, ufficializzata nei vari bollettini  e affiorante in maniera ossessiva nelle parole di tutti i tantissimi personaggi, nessuna categoria esclusa, apparsi in tv, stampa, e su qualsiasi altro veicolo mediatico.

Secondo la predetta signora, quell’espressione andrebbe sostituita, a mio avviso con ragione,  con un’altra più calzante, come  “distanziamento fisico”.

Vi chiederete come mai, in un momento tanto tragico, ci sia chi si preoccupa di qualcosa di formale, per nulla essenziale o comunque di nessuna utilità per vincere questa difficile lotta.

Beh, sulle prime anch’io mi sono interrogato sulla necessità di quella precisazione.  Poi, riflettendo, devo ammettere che la predetta signora ha centrato un problema importante per via degli effetti psicologici ad esso riconducibili: infatti c’è una grandissima differenza tra distanziamento “sociale” e distanziamento  “fisico”. Il “distanziamento  sociale” richiama alla mente una sorta di apartheid … o il castigo che un tempo lontano veniva inflitto all’alunno indisciplinato,  messo in un angolo o dietro la lavagna e non gli era consentito più di rivolgere la parola a nessuno; quello “fisico” soprattutto oggi è confortato dalla  tecnologia che ci consente di mantenere rapporti anche visivi e spesso non solo di intrattenimento, ma anche di lavoro, con chi ci sta lontano.

Infatti molte attività sono realizzabili grazie ai numerosi strumenti offertici dalla tecnologia moderna che in tanti casi rendono superflua la vicinanza o la presenza fisica: grazie ad internet e alle sue molteplici applicazioni, molti lavori possono essere svolti da casa; le scuole in qualche modo riescono ad interagire con gli studenti e le loro famiglie, etc …

La socialità continua anche nel “tempo libero” sempre grazie agli attuali  mezzi tecnologici nelle loro più svariate forme: internet, blog, cellulare, WhatsApp,  foto e video in tempo reale …

Chiamiamolo quindi  “distanziamento fisico”, perché l’impatto è meno negativo proprio grazie alla tecnologia moderna alla quale fortunatamente stiamo ricorrendo in modo massiccio.

In questo momento, per esempio, siamo distanziati fisicamente, ma siamo uniti su questo blog:  attraverso questo contatto non fisico  possiamo confortarci, aiutarci, solidarizzare, distrarci, perfino vederci in video conferenze …

L’altro giorno in occasione dell’anniversario del nostro matrimonio, non essendo possibile ritrovarci  in qualche ristorante con gli amici e con i nostri cari, mia moglie ed io abbiamo festeggiato collegandoci in video tramite WhatsApp con nostra figlia  e relativa famiglia per tutto il tempo della cena,  passando “insieme” la serata!

Certo, ci manca molto l’abbraccio di quell’argento vivo del nipotino, ma per lo meno lo abbiamo visto, gli abbiamo parlato, abbiamo riso insieme …  ed è sparito almeno per un po’ l’angoscioso isolamento  nel quale ci proietta mentalmente il “distanziamento sociale”.

Ovviamente l’intento di chi ha forgiato detta locuzione era ben diverso …  pertanto, il messaggio fa parte di quella enormità di comunicati  contradditori sfornati alla rinfusa e frettolosamente da tutte le autorità centrali, regionali, locali, mediche, scientifiche, politiche d’ogni colore, etc., senza eccezione alcuna!

Il fenomeno che ci sovrasta è grande e talmente poco decifrabile  da indurci  quasi a giustificare errori e manchevolezze … Ma una cosa vorremmo suggerire a chi ha grandi responsabilità mediatiche: è necessario soppesare bene e formulare in modo più preciso gli slogan che hanno un grande impatto sul morale della comunità.

La vita continua, e per vincere il “distanziamento”, sociale o fisico che sia, dobbiamo aggrapparci sempre più agli gli strumenti, spesso e a sproposito disprezzati, offertici  dalla modernità:  grazie ad essi otteniamo un “avvicinamento sociale” forse ancora più intenso di prima e di grande conforto in attesa finalmente di quello fisico, in un abbraccio liberatorio!

Quando tutto sarà finito,  l’unico “distanziamento” che tollereremo sarà quello di 18,44 metri, non un centimetro in meno, tra il lanciatore ed il battitore!

Ma intanto, carissimi amici, allontaniamo dai nostri pensieri l’idea del “distanziamento sociale” e imponiamoci un rigido rispetto del “distanziamento fisico”: teniamoci distanti fisicamente ma non socialmente, mettiamo la mascherina anche quella fatta in casa che è meglio di niente, perché in questo modo rispettiamo noi stessi, le Autorità che giustamente ce la impongono,  e soprattutto quanti si stanno sacrificando per farci tornare al più presto alla normalità.

Ma dobbiamo essere determinati, proprio come quando entri nel box di battuta, altrimenti sei K in partenza!

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Ezio Cardea

Nato a Milano il 9/12/1936, ha svolto attività come giocatore e come tecnico dal 1948 al 1980 partecipando ai campionati di prima serie dal ’55 al ’72, quasi sempre in società milanesi. Abbandonato il campo per impegni di lavoro, ha continuato a collaborare saltuariamente con società milanesi in supporto alle squadre giovanili e all'attività presso le scuole. A contato col baseball praticamente dal dopoguerra ai nostri giorni, ne conosce la sua evoluzione e ne ha evidenziato fin dal 1980 le criticità: prima fra tutte, a suo avviso, quella creatasi a causa della tendenza delle varie amministrazioni federali a potenziare il livello del campionato di punta fino a creare una frattura col resto del movimento, frattura insormontabile se non con l’'ingaggio di una forte percentuale di atleti d’oltre oceano.

1 Commento Unisciti anche tu alla conversazione!

  1. Francesco 19 aprile 2020 at 12:58 -

    Mammamia quanto mi manca il baseball!
    Un bell’articolo. Grazie Sig. Cardea e teniamo duro tutti: voglio tornare a sentire l’odore dell’erba tagliata di fresco.